L’Ipcc, sigla che sta per Intergovernmental panel on climate change, è il principale organismo internazionale sulla scienza del clima. I suoi rapporti sono i più importanti riferimenti scientifici per i negoziati delle Nazioni Unite, per le politiche climatiche dei governi e per chiunque si occupi di riscaldamento globale. Di recente, però, un’inchiesta ha rivelato che tra le autrici e gli autori scelti per il prossimo rapporto ci sono diverse persone legate al governo saudita e all’industria petrolifera.

La premessa a qualsiasi discorso che riguarda l’Ipcc l’ha sottolineata Ferdinando Cotugno nella puntata del podcast Areale del 29 settembre: «Ogni critica all’Ipcc viene fatta perché l’Ipcc è importante», perché «senza questo organismo non ci sarebbero state le Cop, non ci sarebbe stato il protocollo di Kyoto, l’Accordo di Parigi, non ci sarebbero i movimenti per il clima».

L’inchiesta

Ora i fatti. L’inchiesta, realizzata da un gruppo di giornalisti e giornaliste, tra cui l’italiana Silvia Lazzaris, ha preso in esame i profili dei 223 autori principali scelti per il Working group III del prossimo Rapporto di valutazione dell’Ipcc. È il gruppo che si occupa della mitigazione della crisi climatica, cioè delle politiche e delle tecnologie per ridurre le emissioni o rimuovere anidride carbonica dall’atmosfera.

Per ciascun autore, l’indagine ha verificato affiliazioni, finanziamenti e collaborazioni. Alla fine sono stati individuati venti casi considerati problematici sul piano di un eventuale conflitto di interessi. Casi valutati anche dal parere di esperti dell’Ipcc e di etica della ricerca. Tra questi, almeno dodici degli autori principali lavorano o hanno rapporti con Saudi Aramco, la compagnia petrolifera statale del regno, con istituzioni saudite o con altre realtà del settore dell’oil and gas.

Tra i casi individuati c’è quello di Mustafa Babiker, autore principale coordinatore del Settimo Rapporto di valutazione, che lavora da circa vent’anni con Saudi Aramco. C’è poi Diego Armando Moya Pinta, uno degli autori del capitolo sui sistemi energetici: dal 2022 lavora per la compagnia petrolifera saudita come ricercatore su energia e sostenibilità, ma nell’elenco dell’Ipcc compare soltanto la sua affiliazione all’Imperial College di Londra, dove è ricercatore senior onorario. Nel Working Group III figurano inoltre cinque autori del King Abdullah Petroleum Studies and Research Center, un think tank finanziato dal governo saudita e presieduto dal ministro dell’Energia.

Ma, come ha spiegato la giornalista Silvia Lazzaris nella puntata di Areale dedicata all’inchiesta, il punto più rilevante è un altro. I giornalisti hanno documentato diversi legami professionali e istituzionali che, secondo gli esperti consultati, avrebbero quantomeno richiesto una valutazione come possibili conflitti di interessi.

Eppure l’Ipcc sostiene di non aver individuato casi da gestire all’interno dei gruppi di lavoro. Nel marzo 2026 il comitato sui conflitti di interessi aveva infatti comunicato di non aver rilevato problemi tra gli autori scelti per il nuovo rapporto. È proprio questa distanza tra i casi emersi dall’inchiesta e l’esito delle verifiche interne dell’Ipcc ad aver sollevato le maggiori domande sul suo funzionamento.

Le regole dell’Ipcc

Le regole dell’Ipcc in materia esistono dal 2011. Non impediscono a chi lavora per un governo o per un’impresa di partecipare alla stesura dei rapporti. L’Ipcc sostiene che la presenza di esperti provenienti da settori diversi, compreso quello privato e dei combustibili fossili, contribuisca alla qualità delle valutazioni.

Il punto sollevato dall’inchiesta riguarda piuttosto il modo in cui questi interessi vengono dichiarati, valutati e gestiti. «La cosa che abbiamo capito facendo questa inchiesta è che, nonostante esistano norme sui conflitti di interessi che prevedono quantomeno una loro gestione, queste norme non sembrano essere state applicate», ha spiegato Lazzaris.

Il controllo sui conflitti di interessi nell’Ipcc funziona su più livelli. Gli autori devono dichiarare eventuali interessi professionali, finanziari o istituzionali; a esaminare queste dichiarazioni sono in prima battuta i vicepresidenti dei gruppi di lavoro. Se ritengono che ci sia un conflitto che non può essere gestito direttamente, possono sottoporre il caso al comitato dell’Ipcc sui conflitti di interessi.

È proprio in questo passaggio che l’inchiesta individua un problema. Secondo quanto riferito dall’Ipcc ai giornalisti, il comitato non avrebbe esaminato nessun autore del prossimo rapporto perché nessun caso gli sarebbe stato sottoposto dai vicepresidenti. Ma, secondo l’indagine, anche alcuni di questi ultimi presentano legami che potrebbero sollevare dubbi sul piano del conflitto di interessi. Tra i sette vicepresidenti del Working group III, per esempio, c’è Malak Al-Nory, consigliera senior del ministero saudita dell’Energia.

Trasparenza

In sostanza, il primo controllo sui possibili conflitti degli autori è affidato a persone che possono avere a loro volta rapporti professionali o istituzionali rilevanti. A rendere più difficile verificare come vengano prese queste decisioni c’è poi un problema di trasparenza: le dichiarazioni degli autori non sono pubbliche e il comitato non rende noti nel dettaglio i criteri e le valutazioni con cui i casi vengono esaminati.

Sempre secondo Lazzaris, diversi esperti sentiti durante l’inchiesta hanno descritto l’ingerenza saudita e il suo stile negoziale come una sorta di «segreto di Pulcinella» dell’Ipcc: una dinamica conosciuta da chi segue il processo, ma finora poco raccontata all’esterno. L’Ipcc, da parte sua, ha risposto ai giornalisti dell’inchiesta dicendo che nessun singolo autore, istituzione, settore o paese può determinare le conclusioni di un rapporto. I testi sono scritti collettivamente e sottoposti a diversi livelli di revisione scientifica e governativa.

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