Trump e il mondo Maga compiono un attacco frontale alla lotta alla crisi climatica, trasformando perfino “cambiamento climatico” in un termine proibito. L’Ue di von der Leyen smantella intanto il Green Deal costruito con fatica per convenienza politica di breve termine. Nel frattempo, il mondo brucia; e io mi ritrovo a leggere gli appunti di un viaggio fatto dalle Azzorre alle Svalbard sulla peggiore minaccia climatica dell’Europa, e scopro che una questione che credevamo scientifica è diventata politica, sociale, economica. È ora una delle domande cruciali per il futuro del nostro continente.

“Lungo la Corrente” è un viaggio da un capo all’altro dell’Europa per scoprirne il punto di non ritorno climatico; quell’evento che, se accadesse, trasformerebbe il continente in un luogo profondamente diverso da quello che conosciamo – gelido in alcune parti, torrido in altre, più arido ovunque, ma gli effetti sono tanti e ancora poco chiari.

Si tratta della scomparsa della corrente del Golfo, o meglio dell’AMOC, l’Atlantic Meridional Overturning Circulation, il sistema di cui fa parte; quello che, trasportando l’acqua calda dai Tropici fino alle nostre coste, rende l’Europa meno fredda di territori alla stessa latitudine (pensate al Regno Unito rispetto al Canada) e ci concede un clima più docile e adatto alla vita umana.

Solo che sta scomparendo: al momento l’AMOC è al punto più lento degli ultimi 1.600 anni e rischia un collasso molto più rapido di quanto si pensasse in precedenza. Il contributo umano è determinante: le correnti si muovono grazie a un bilanciamento di salinità e temperatura, e l’immissione di milioni di tonnellate di acqua dolce a causa della crisi climatica, e in particolare della fusione dei ghiacci e di piogge sempre più forti, lo sta stravolgendo.

Quanto, esattamente, non è ancora del tutto chiaro, perché i dati mancano, gli oceani sono gli ecosistemi di cui meno sappiamo e le correnti si muovono (normalmente) su cicli millenari.

Non sappiamo nemmeno con precisione cosa potrebbe succedere, perché solo negli ultimi anni studi come quelli dell’Università di Copenhagen o dell’Istituto di ricerche climatiche di Potsdam hanno brutalmente anticipato l’orizzonte temporale del possibile collasso dai 700-1000 anni che prevedeva l'IPCC, il forum scientifico più importante per la questione climatica, ai 50-100 di alcuni degli studi più recenti.

Qualcosa si sa: il Regno Unito al 2080 potrebbe affrontare un crollo delle temperature di sei gradi senza corrente (in un mondo riscaldatosi già di oltre 1,5 gradi), con uno stravolgimento delle piogge che renderebbe impossibile l’agricoltura senza irrigazione in tutto il paese.

Questo è stato il mio punto di partenza. Il mio viaggio lungo la corrente però è stato più che altro un’occasione per scoprire come l’Europa affronta già adesso l’impatto di una crisi climatica che sta stravolgendo tutto il continente in maniera così evidente che per negarlo bisogna essere ciechi o conniventi.

Ho usato la questione della corrente per affrontare temi cruciali per il futuro dell’Europa: come sfamare la popolazione in un mondo sempre più arida, come convivere con una natura sempre più fragile, come risolvere l’aut aut tra sviluppo e sostenibilità, come deve cambiare la nostra visione ecologica, come evitare l’ideologizzazione, lo scontro politico feroce su questioni da cui dipende la nostra comune sopravvivenza.

Sono partito così alle Azzorre, lavorando insieme ai ricercatori e agli ex balenieri che cercano di preservare il fragile equilibrio tra uomo e natura degli arcipelaghi – ci siamo ritrovati perfino a fare insieme un test del DNA a una balena con un drone. Di lì sono andato nel Mar de Plastico dell’Almería, quella provincia andalusa che dal satellite si vede ricoperta dalle serre, tra sfruttamento dei migranti e una domanda fondamentale: l’agricoltura intensiva è necessaria per sfamare l’Europa?

Una questione fondamentale e di cui ho scoperto presto il connotato politico, mentre viaggiavo nel parco naturale di Doñana, sempre in Andalusia, dove l’estrema destra di Vox protegge gli agricoltori illegali che rubano l’acqua dalle lagune e rischiano così di distruggere per sempre una delle più importanti aree umide del continente. Le guerre per l’acqua non sono solo una questione remota, esotica, del Sahel o del Medio oriente: sono già a casa nostra.

Ma questo è anche un racconto di speranza, e ho così viaggiato per il Galles, dove gli scarti del carbone si stanno rinaturalizzando e diventano ecosistemi rari e preziosi. Sono andato in Scozia, ormai un laboratorio a cielo aperto per rinnovabili sempre più di successo. E di lì nell’Artico, dove la crisi climatica la si vede a occhio nudo: prima nella lunga notte artica con i Sami, l’ultimo popolo indigeno d’Europa che rischia di perdere, insieme ai ghiacci, una tradizione millenaria, schiacciata da nuove miniere, ferrovie e infrastrutture in una Lapponia sempre più rovente.

E poi infine alle Svalbard, dove la ricerca in un luogo che si riscalda a quattro-sei volte la media globale cerca di predire il futuro climatico dell’Europa studiando il presente dell’estremo Nord.

Sono viaggi compiuti negli ultimi cinque anni, ma che rileggo adesso in un’ottica totalmente diversa. Gli effetti della crisi climatica sono ancora più evidenti, ma quello che un tempo era un confronto tra opinioni diverse adesso è uno scontro politico senza quartiere che tiene poco conto di quello che succede sul campo. Mi sembra di trovarmi in mezzo a una guerra all’ambiente che rischia di condannarci tutti: raccontare queste storie di prima linea della lotta alla crisi climatica mi è sembrato più urgente che mai.

Tutto questo è diventato così un libro, Lungo la Corrente, edito da Laterza, e una mostra omonima, prodotta insieme all’Agenzia Spaziale Europea, l’ESA, e che ha un duplice obiettivo: prima di tutto quello di combinare l'aspetto "macro” dell’occhio del satellite, con quello micro del lavoro sul campo, per scoprire le potenzialità dei nuovi strumenti in mano a chi è in prima linea contro la crisi climatica.

La mostra è poi itinerante per riportare questa storia ai suoi protagonisti: in questi giorni è al Palazzo Ducale di Massa in occasione di Musica sulle Apuane, un festival che nasce come resistenza culturale allo sfruttamento insostenibile del marmo. Andrà però poi in Galles e prima è arrivata a Bruxelles, a Parigi e perfino alle Azzorre. Era un modo per raccontare a ricercatori, ex balenieri, pescatori e tanti altri che la loro storia non è solo locale, ma è collegata tramite un filo rosso alla Spagna, al Regno Unito, all’Artico, al resto del mondo.

Era anche una maniera per dimostrargli che la loro resistenza non è né futile né isolata, che gli strumenti per farcela esistono, che insieme a loro combattono giovani spagnoli che ritornano alle campagne, nonnine scozzesi che installano pale eoliche sui loro campi, popoli indigeni dell’Artico che mai si piegheranno a chi vuole la loro terra. Per fargli vedere che nessuno ancora si è arreso.


Lungo la corrente. Viaggio nell’Europa che affronta il cambiamento climatico, Lorenzo Colantoni, Laterza, 2024
Lungo la corrente. Viaggio nell’Europa che affronta il cambiamento climatico, Lorenzo Colantoni, Laterza, 2024
Lungo la corrente. Viaggio nell’Europa che affronta il cambiamento climatico, Lorenzo Colantoni, Laterza, 2024

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