Quando Péter Magyar è entrato in Parlamento a Budapest con una supermaggioranza, molti in Europa hanno tirato un sospiro di sollievo. Dopo sedici anni, l’Ungheria di Viktor Orbán – ostile alle politiche climatiche europee e profondamente dipendente dai combustibili fossili russi – è sembrata avviarsi verso una nuova fase. Ma il cambio di governo non coincide automaticamente con una rottura. E, soprattutto in un periodo di crisi climatica ed energetica, uno dei terreni su cui si misurerà la reale portata del cambiamento sarà quello della transizione ecologica.

Premessa necessaria: Magyar è un avvocato di 45 anni cresciuto dentro Fidesz, il partito di Orbán, e oggi alla guida di Tisza. Ha costruito la sua campagna elettorale su una promessa di discontinuità, ma il suo profilo politico è quello di un conservatore pragmatico, non di un riformatore radicale. Sull’immigrazione, ad esempio, le sue posizioni non sembrano discostarsi molto da quelle del predecessore.

Populismo fossile

Sul piano energetico e climatico, per capire da dove parte Magyar bisogna guardare a ciò che ha costruito Orbán. I pilastri che sorreggono il sistema ungherese sono una forte dipendenza dalle fonti fossili russe e bollette contenute per cittadini e cittadine, ma al costo di minori investimenti, ritardi nella modernizzazione del sistema e crescente dipendenza esterna. Nel 2024, il 74 per cento delle importazioni ungheresi di gas proveniva da Mosca e quasi la metà del petrolio seguiva la stessa rotta.

Una strategia di populismo fossile che ha permesso a Orbán di presentarsi come difensore degli ungheresi contro le élite europee, trasformando ogni passo verso la transizione in una minaccia al tenore di vita dei cittadini. Il Green deal europeo è stato così raccontato come un’imposizione ideologica, mentre Budapest rallentava o ostacolava misure ambientali chiave per Bruxelles e manteneva contratti energetici con la Russia fino al 2036.

Nel programma elettorale di Tisza questa dipendenza fossile da Mosca non è presentata solo come un problema energetico, ma anche come un rischio per la sovranità nazionale. Da qui l’obiettivo, enunciato in agenda, di eliminarla entro il 2035. Ma il percorso non può essere così rapido, perché i contratti con Gazprom, vincolati da clausole “take or pay” (prendi o paga), rendono difficile una rottura immediata. E lo stesso Magyar, subito dopo la vittoria alle elezioni, ha chiarito che «l’Ungheria continuerà ad acquistare energia dove costa meno».

In tema di decarbonizzazione, il governo Orbán aveva comunque adottato il Piano nazionale per l’energia e il clima per raggiungere, come previsto dall’Ue, l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050, attraverso lo sviluppo dell’energia pulita. Tuttavia, oltre la metà dell’energia rinnovabile prevista al 2030 dovrebbe, secondo quel programma, provenire da biomassa, con impatti negativi su foreste e qualità dell’aria.

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Solare ed eolico

La quota di solare, negli ultimi anni, è comunque cresciuta molto – i 6 gigawatt previsti come obiettivo al 2030 sono stati superati già nel 2025, con oltre 9 gigawatt installati – ma senza un adeguato potenziamento delle reti. Nel 2022 il governo ha dovuto sospendere i nuovi allacciamenti per il fotovoltaico, citando problemi di capacità. L’eolico, invece, è stato di fatto bloccato da una norma che imponeva una distanza minima di 12 chilometri tra turbine e aree abitate, rendendo impossibile lo sviluppo su gran parte del territorio nazionale.

Il risultato contraddittorio è fotografato dai dati del Climate change performance index 2026, analisi che confronta le politiche climatiche di 63 paesi e dell’Ue: l’Ungheria è al 48° posto, con una valutazione definita «molto bassa». Il nuovo corso, però, sembra voler migliorare il quadro. Nel programma elettorale, il partito ha annunciato la volontà di rimuovere i blocchi amministrativi sull’eolico, potenziare il geotermico e affrontare l’inefficienza degli edifici, responsabili del 44 per cento del consumo energetico, prevedendo la riqualificazione del 25 per cento delle abitazioni in dieci anni.

La decarbonizzazione dell’Ungheria è però legata alle risorse europee e Magyar ha costruito la sua campagna anche sulla promessa di rilanciare il rapporto con Bruxelles. Il primo cambiamento atteso con il nuovo governo riguarda proprio lo sblocco dei fondi Ue – congelati per le violazioni dello stato di diritto – che dipenderà dalla capacità dell’esecutivo di attuare alcune riforme. Si tratta di risorse indispensabili per finanziare la modernizzazione delle infrastrutture energetiche, l’espansione delle rinnovabili e i programmi di efficienza energetica su larga scala.

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