Da un lato del Mediterraneo c’è il governo Meloni, che stringe accordi con l’Algeria per nuove forniture di gas e, con un decreto legge, proroga al 2038 la chiusura delle centrali a carbone, il combustibile fossile più inquinante. Dall’altro c’è il governo spagnolo di Pedro Sánchez, che approva un decreto anticrisi orientato alla transizione energetica ed ecologica. Due risposte opposte a una stessa pressione: l’aumento dei costi causato dalla guerra in Iran.

«Noi paghiamo la nostra energia elettrica 14 euro al megawattora, in Italia 100», ha detto Sánchez al suo arrivo al Consiglio europeo del 20 marzo. Quella del premier spagnolo è una semplificazione – perché si basa su un singolo giorno, peraltro un sabato che ha generalmente consumi più bassi – ma non è fuorviante. I dati dei giorni immediatamente successivi lo confermano: il prezzo medio dell’elettricità è stato intorno ai 20 euro al megawattora in Spagna, intorno ai 90 in Germania e fino a 150 in Italia.

Il divario di costo dell’elettricità non è un’anomalia temporanea, ma il risultato di decisioni politiche precise. Negli ultimi anni Madrid ha investito con continuità nelle rinnovabili, arrivando a produrre circa il 60 per cento della propria elettricità da fonti pulite, riducendo in modo significativo l’esposizione del paese alle dinamiche dei mercati fossili. E sta continuando a farlo. 

Come nasce il vantaggio iberico

Per capire la questione, bisogna conoscere il funzionamento del mercato elettrico europeo. Il prezzo non dipende dalla media dei costi di produzione, ma dalla fonte più cara necessaria a soddisfare la domanda, secondo il principio del cosiddetto “meccanismo dell’ordine di merito”. Negli ultimi anni questa fonte è quasi sempre il gas e così anche quando una quota rilevante dell’elettricità è prodotta a basso costo da fonti pulite, il prezzo finale viene fissato dalla risorsa fossile.

Nei paesi in cui le rinnovabili sono ancora insufficienti o la domanda è elevata, il gas resta indispensabile per molte ore dell’anno e continua a determinare il prezzo dell’elettricità. In Italia accade per circa il 70 per cento del tempo, in Spagna solo nel 15-20 per cento delle ore. Di conseguenza, le oscillazioni del prezzo del gas si trasmettono quasi integralmente alle bollette italiane, mentre hanno un impatto molto più contenuto su quelle spagnole. Quando il gas esce dall’equazione, i prezzi possono scendere in modo significativo, perché non influenzati dal combustibile fossile.

Questo vantaggio della Spagna sull’Italia, e su altri Stati, non è casuale. Dal 2019 il paese iberico ha raddoppiato la propria capacità eolica e solare, passando da una copertura inferiore alla metà del fabbisogno elettrico a oltre il 55 per cento. Un cambio di passo che ha ribaltato la situazione: fino a pochi anni fa aveva tra i prezzi più alti d’Europa, oggi si colloca stabilmente sotto la media. La transizione energetica, in questo senso, è diventata una leva economica oltre che ambientale.

Strategia di lungo termine

È su questa base che si inserisce anche il nuovo decreto anticrisi approvato dal governo spagnolo: un pacchetto da 5 miliardi di euro e oltre 80 misure che non si limita a contenere i prezzi nel breve periodo, ma rafforza una strategia di lungo termine. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dai combustibili fossili attraverso elettrificazione, sviluppo delle rinnovabili, autoconsumo, mobilità elettrica e pompe di calore, rendendo il sistema più resiliente alle crisi future.

«Il decreto spagnolo rappresenta un esempio concreto di come rispondere alla crisi energetica con misure urgenti ma strutturali», osserva Attilio Piattelli, presidente del Coordinamento Free, principale associazione italiana di promozione dello sviluppo delle rinnovabili. «Si tratta di un approccio di cui avrebbe urgente bisogno anche l’Italia, proprio per la sua forte esposizione ai combustibili fossili importati».

Nel nostro paese, infatti, le rinnovabili coprono circa il 40 per cento della produzione elettrica, ma se si considera l’intero fabbisogno energetico la dipendenza dai combustibili fossili arriva al 75 per cento, per oltre il 95 per cento importati. Una struttura che espone il sistema alle tensioni geopolitiche e alla volatilità dei prezzi. Ma la risposta italiana continua a concentrarsi soprattutto sull’approvvigionamento di gas, attraverso accordi con paesi fornitori, la proroga della chiusura delle centrali a carbone e misure di contenimento dei prezzi.

Al contrario, la Spagna sta sfruttando la crisi per accelerare la transizione energetica. Così, la differenza tra Roma e Madrid non riguarda solo i prezzi dell’elettricità, ma soprattutto la direzione politica intrapresa. In un contesto internazionale instabile, continuare a inseguire il gas significa restare esposti agli shock; ridurne il peso, invece, è una scelta strategica ed ecologica. La Spagna l’ha capito, l’Italia ancora no.

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