Le perdite di metano sono uno dei punti più scoperti della crisi climatica e, insieme, una delle contraddizioni più evidenti di quella energetica. Mentre i mercati faticano a garantire forniture stabili di combustibili fossili, grandi quantità di questo gas continuano a disperdersi in atmosfera, spesso a causa di emissioni fuggitive dalle infrastrutture di petrolio e gas.

Il nuovo Global Methane Tracker 2026 dell’Agenzia internazionale dell’energia – il principale rapporto sulle emissioni di metano nel settore energetico – fotografa questa contraddizione: le emissioni restano elevate, nonostante esistano già soluzioni per ridurle e, in molti casi, per recuperare gas da immettere sul mercato.

Un problema climatico potrebbe così diventare anche una risorsa energetica, seppur temporanea, e uno degli strumenti più rapidi per rallentare il riscaldamento globale. Il metano, infatti, nonostante resti in atmosfera meno della CO₂, trattiene oltre 80 volte più calore dell’anidride carbonica. Per questo tagliarne le emissioni è considerato uno dei modi più efficaci per contenere l’aumento delle temperature nel breve periodo.

Sprechi e costi

Ma il metano disperso, come sottolinea l’Agenzia internazionale dell’energia, non è solo un problema climatico: è anche energia sprecata. Secondo il report, ridurre le perdite nelle operazioni di estrazione e trasporto di combustibili fossili potrebbe rendere disponibili quasi 100 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, una quota enorme, paragonabile all'intero volume di quello transitato attraverso lo stretto di Hormuz nel 2025.

Inoltre, più del 70 per cento delle emissioni di metano del settore energetico, circa 85 milioni di tonnellate, potrebbe essere eliminato con tecnologie già disponibili e circa il 30 per cento di queste riduzioni sarebbe possibile senza costi netti, perché il valore del gas recuperato può superare quello degli interventi necessari per catturarlo.

Le risorse economiche, comunque, non mancherebbero. L’investimento necessario per abbattere il 75 per cento delle emissioni di metano entro il 2035 è stimato in circa 28 miliardi di dollari all’anno: meno del 2 per cento del reddito netto annuale dell’industria dei combustibili fossili. Eppure l’applicazione concreta di queste misure procede lentamente e con molte differenze tra Paesi.

L’intensità delle emissioni – cioè il rapporto tra la quantità di metano rilasciata in atmosfera e il volume totale di combustibile prodotto o di energia generata – non dipende solo da quanto petrolio, gas o carbone si estrae, ma anche dalla qualità delle infrastrutture, dai controlli e dalle norme.

La gestione del rilascio

Circa il 70 per cento delle emissioni di metano da combustibili fossili proviene dai primi dieci paesi emettitori, tra cui Cina, Stati Uniti e Russia. La Cina è il principale emettitore, soprattutto per il peso del carbone, settore in cui il metano viene spesso considerato un rischio da espellere dalle miniere più che una risorsa da recuperare. Poi ci sono paesi come Turkmenistan e Venezuela, che hanno intensità molto elevate rispetto alla produzione, segno di infrastrutture obsolete, scarsa manutenzione e controlli deboli.

All’estremo opposto c’è la Norvegia, che registra l’intensità emissiva più bassa grazie a regole severe e a politiche storiche contro flaring e venting, due tecniche per il rilascio intenzionale di metano. Il flaring consiste nel bruciare il gas in eccesso trasformandolo in CO₂, mentre il venting rilascia metano tal quale e ha quindi un impatto climatico superiore. Se tutti i produttori raggiungessero livelli simili a quelli norvegesi, le emissioni globali di metano del settore energetico calerebbero di oltre il 90 per cento.

Le soluzioni, del resto, esistono già: sistemi per individuare e riparare le perdite, sostituire pompe e compressori che rilasciano gas e installare unità di recupero dei vapori. Servono soprattutto manutenzione, regole e controlli. Oggi, inoltre, è più difficile nascondere le fughe: i satelliti permettono di individuare grandi rilasci di metano e di visualizzare pennacchi prima invisibili. Il sistema Mars delle Nazioni Unite invia notifiche su questi eventi a paesi e operatori, ma le risposte restano ancora troppo poche.

Nonostante il Global Methane Pledge, l’impegno sottoscritto da oltre 150 paesi durante la Cop26 con l’obiettivo di ridurre le emissioni di metano del 30 per cento entro il 2030, l’azione concreta resta insufficiente. La Cina non fa parte del Pledge, ma nel 2023 ha adottato un proprio Piano d’azione sul metano. Tuttavia, l’insieme delle politiche attuali non basta a raggiungere i tagli necessari. Finché governi e industria continueranno a trattare queste perdite come un effetto collaterale inevitabile, milioni di tonnellate di metano continueranno a finire in atmosfera.



 

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