Un nuovo report dell’Onu offre una panoramica impietosa sulla condizione dei sistemi idrici globali, che hanno raggiunto uno stato di «bancarotta»: fiumi, laghi e zone umide si stanno degradando in modo irreversibile. Un tuning point definitivo che impone di ripensare il rapporto tra uomo e natura e ridurre la domanda d’acqua
«Wenn du mich siehst, dann weine», «Se mi vedi, allora piangi». Questa frase, in tedesco, è riportata su una Hungerstein, ovvero una “pietra della fame” del XV secolo, emersa nel 2022 dal letto del fiume Elba. Nell’estate di quell’anno, il livello dell’acqua di numerosi fiumi europei si abbassò a causa della siccità, con corsi d’acqua prima navigabili poi quasi completamente prosciugati dai quali emergevano monumenti secolari, relitti inediti e presagi nefasti.
Una vista preoccupante accolta come anomalia per essere poi smentita dai fatti: la siccità del 2022, che era stata etichettata come la peggiore degli ultimi 500 anni, fu surclassata dalla siccità successiva, che colpì l’Europa nel 2023. Con un pianeta sempre più caldo ed eventi estremi che si susseguono a intervalli serrati, negli ammonimenti delle pietre della fame avremmo forse potuto scorgere, oltre le sciagure del passato, anche il nostro presente idrico: attualmente circa 4 miliardi di persone, per almeno un mese all’anno, affrontano una grave insufficienza d’acqua, con il 70 per cento delle falde acquifere mondiali in declino.
A documentarlo è il nuovo report delle Nazione Unite, che offre una panoramica impietosa sulla condizione dei sistemi idrici globali, che hanno raggiunto uno stato di bancarotta. Un’espressione che si basa su elementi concreti: fiumi, laghi e le zone umide del pianeta si stanno degradando irreversibilmente, insieme alle risorse idriche sotterranee impoverite oltre i limiti sostenibili da una richiesta idrica sistematicamente superiore alle disponibilità collettive.
Punto di non ritorno
«Quando parliamo di water stress o di water crisis, ipotizziamo che esista un’alternanza del processo idrico che riporterà il sistema a una condizione precedente, quindi indichiamo una situazione temporanea. In questo caso, invece, si ipotizza che il tipping point sia stato superato», spiega Guido Rianna, direttore del dipartimento Soil and water systems del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc).
Il concetto di tipping point, ovvero di punto di non ritorno, è stato già presentato in precedenza dalla comunità scientifica: nel 2009 i planetary boundaries, per esempio, proponevano dei confini entro i quali continuare a svilupparsi e a prosperare in una «zona di sicurezza», mentre l’Agenda 2030 proposta nel 2015 fissava degli obiettivi da raggiungere per uno sviluppo sostenibile.
Se fino a ora il tipping point fungeva da minaccia mobile, ricollocabile a seconda di tempi e crisi ma mai concretizzato, i dati delle Nazione Unite ora indicano una nuova realtà. Con il 75 per cento della popolazione mondiale che vive in paesi classificati come insicuri o gravemente insicuri dal punto di vista idrico, il concetto di bancarotta riorienta l’attenzione sull’inevitabilità del collasso, presentato sia come la somma di tutte le crisi che abbiamo sottovalutato che come spazio liminale al quale adattarsi.
Le macerie che restano
«È successo con il Covid e ancora prima con la crisi finanziaria del 2008. Queste, come la bancarotta idrica, sono soglie che si fa bene a individuare utilizzando un linguaggio immediato che possa portare a un aumento di consapevolezza», dice Lorenzo Romito, architetto e co-fondatore di Stalker, collettivo che dal 1995 compie ricerche e azioni su territori abbandonati e al margine, in particolare a Roma, una città come molte altre in cui la gestione delle acque superficiali e zone umide è particolarmente controversa.
I centri urbani infatti, come indica anche il report, fungono da mesocosmo della crisi idrica, luoghi in cui i pattern industriali, gestionali e produttivi che ci hanno condotti alla bancarotta sono particolarmente evidenti, come l’azzeramento delle risorse e lo stress idrico cronico testimoniano. Eppure, anche nelle fratture lasciate dal collasso di modelli estrattivi e speculativi, le macerie della bancarotta possono trasformarsi in spazi di adattamento e resilienza. Come il lago Bullicante a Roma, nato dagli scavi abbandonati di un centro commerciale.
Dopo il tipping point
«L’esigenza di un sistema idrico in un contesto di cambiamento climatico è assolutamente la flessibilità, anche nella gestione e nei processi di decision making. Se pensiamo al mondo attuale, il pieno raggiungimento degli obiettivi del 2015 sembra complesso. Il tentativo, adesso, è di utilizzare quest’ultimo quinquennio, con le due UN water conferences del 2026 e del 2028, per portare di nuovo l’attenzione su queste iniziative. L’interazione tra uomo e natura deve quindi cambiare», spiega Rianna.
Mentre l’Europa immagina strategie di resilienza idrica e il decennio internazionale per l’azione “Acqua per lo sviluppo sostenibile” volge al termine, si chiude una fase fatta di tipping point da scongiurare e confini da non superare. Ma, così come le Hungersteine riemerse dai fiumi prosciugati raccontano le crisi del passato, la bancarotta idrica non è solo perdita: è soglia aperta verso nuovi equilibri.
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