Qualche settimana fa è stato molto rilanciato un lungo articolo della blogger cileno/canadese Vinka Danitza sulla pressione psicologica, fisica e mentale che spesso e sempre di più i piccoli produttori di vino sono costretti a sopportare.

Nel pezzo – pubblicato sul sito di Burum, un collettivo che mira a incoraggiare un ambiente di lavoro più sicuro, più sano e più equo per coloro che operano nel settore delle bevande alcoliche e più in generale dell'ospitalità – l’autrice si interroga su una serie di questioni che difficilmente siamo abituati ad associare al settore agricolo.

Nell’immaginario comune è infatti l’impiego in ufficio o in fabbrica quello che più mette a rischio la stabilità psicologica del lavoratore in un contesto in cui lo stress può essere figlio di carichi di lavoro eccessivi, della competitività tra colleghi o della mancanza di sostegno da parte dei superiori, di molestie anche fisiche, di precarietà contrattuale. Tuttavia, riprendendo anche un articolo uscito qualche mese fa su The Circle of Wine Writers, Vinka Danitza scrive che i proprietari delle cantine più piccole sono quelli più spesso a corto di tempo, di denaro, di dipendenti, in generale di risorse in una situazione aziendale che dal punto di vista economico in molti casi si sostiene a malapena. Ecco quindi che responsabilità e oneri, per i vigneron, possono diventare opprimenti.

Pressioni

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Nel 2021 e nell’arco di appena due mesi ben quattro piccoli produttori francesi si sono tolti la vita. Da questi tragici fatti di cronaca il pensiero di quanto le dinamiche culturali e sociali legate al mondo del vino, in linea generale di impronta maschilista, impongano all’uomo di apparire sempre come forte, dedito al lavoro manuale, senza tentennamenti. Il tutto in un ambiente spesso rurale, molto radicato nelle tradizioni familiari, all’interno del quale è generalmente difficile esprimere le proprie fragilità.

Da una parte c’è il lavoro e tutto quello che la gestione della vigna porta con sé. Se già occuparsi di uno o più appezzamenti, spesso da soli, è fisicamente impegnativo, il lavoro del vignaiolo richiede anche una costante presenza nella propria azienda al fine di monitorare quello che sta succedendo in ogni momento, in campagna: le condizioni meteorologiche influenzano la grande maggioranza delle decisioni da prendere e a queste si affiancano, sempre di più, calamità naturali legate al cambiamento climatico. Forti grandinate, gelate improvvise, periodi di grande siccità e altre situazioni del tutto imprevedibili portano sempre più spesso alla perdita di una parte anche rilevante del raccolto con conseguenze dal punto di vista emotivo spesso devastanti.

Dall’altra c’è la pressione finanziaria strettamente legata a questa specifica attività agricola, il cui raccolto autunnale è nella grande maggioranza dei casi l’unico mezzo di sostentamento per la propria azienda. Le condizioni climatiche di cui sopra hanno risvolti molto tangibili, come per esempio l’aumento dei costi assicurativi.

È recente la lettera aperta che Quentin Bourse (proprietario de Le Sot de l’Ange, piccola cantina della Valle della Loira) ha scritto al presidente francese, Emmanuel Macron: «Combattiamo ogni giorno con tutte le nostre forze, assumendoci sempre più rischi, per affrontare le sfide ecologiche, economiche e sociali dei nostri tempi (…) Non spetta agli agricoltori pagare con la vita il conto dei ripetuti e sempre più traumatici rischi climatici».

Vinka Danitza scrive di aver iniziato a guardare questi suicidi attraverso una lente di genere dopo aver capito che ogni tipo di stereotipo è dannoso, a livello personale e a livello sociale. Non è probabilmente lontana dalla realtà quando scrive che «i messaggi che vengono ripetuti sono che gli uomini devono essere forti, devono sapere affrontare le difficoltà, essere insomma “uomini” senza mostrare emozioni».

Concetti che hanno un impatto reale e che nei casi peggiori impediscono agli uomini di cercare aiuto quando ne hanno più bisogno, oltre che impedire alle persone che li circondano di accorgersi della necessità di aiutarli. Secondo uno studio pubblicato sull’American Journal of Men’s Health per chi lavora in agricoltura tutte queste percezioni sono amplificate, tanto che chi mostra vulnerabilità, ammette difficoltà, si prende del tempo per riposare viene considerato come un debole. In tutto questo i tanti tabù sociali sul suicidio impediscono alla società di guardare oltre i singoli casi e a pensare a questi come fenomeni collegati tra loro.


In Italia non ci sono sportelli di ascolto e di supporto psicologico specificatamente dedicati alle attività agricole. I pochi casi che esistono sono figli di iniziative locali, il più delle volte grazie all’unione di sindacati o confederazioni. Se tu o qualcuno che conosci ha bisogno di aiuto puoi chiamare il Telefono Amico allo 0223272327 tutti i giorni dalle 10 alle 24.

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