Con toni molto duri per gli standard di Berlino il governo federale in una nota si è detto «rammaricato» della decisione della Knesset di approvare la nuova legge che introduce la pena capitale per gli omicidi intenzionali commessi «con l’obiettivo di negare l’esistenza dello stato di Israele»
È stata una settimana piuttosto cupa nel dibattito pubblico tedesco. Il caso Fernandes ha avuto conseguenze anche politiche tutt’altro che banali. Della vicenda dello «stupro virtuale» vi abbiamo parlato già la scorsa settimana, ma siamo dovuti tornare sulla presa di posizione molto problematica del cancelliere Friedrich Merz a proposito della violenza di genere, che sarebbe riconducibile secondo lui soprattutto alla comunità straniera. Facciamo anche il punto sulla politica estera: in tempi record per gli standard di Berlino il governo si sta riposizionando – anche in maniera forte per un esecutivo di centrodestra – rispetto a Israele e Stati Uniti.
Cosa ci insegna Collien Fernandes
Torniamo sul caso della violenza per dire che la quantità di talk show, podcast e articoli a proposito del caso non si contano più. Abbiamo provato a rendere la portata del dibattito in questo pezzo, mentre vi segnaliamo anche il commento di Ornella Cosenza a proposito delle domande che restano dopo i post di solidarietà, le prese di distanza degli uomini che si definiscono femministi e le improbabili posizioni della politica di destra.
Il mondo di ieri
Washington e Tel Aviv? Potenzialmente, partner di un passato che difficilmente tornerà. La via imboccata dal governo federale sembra portare Berlino verso nuovi equilibri diplomatici: è vero che Merz ha invitato Donald Trump in Germania a settembre, ma la Casa Bianca finora non ha confermato la trasferta. Perfino il cancelliere è arrivato a spiegare che «al momento, il presidente non è particolarmente entusiasta di me». La ragione è il cambio di linea di Merz, che da “suggeritore” del presidente è passato a mantenere la barra piuttosto dritta su diverse questioni cruciali per Washington. Non ultima, quella che riguarda Israele: il governo si è unito alla lettera di critiche alla nuova legge sulla pena di morte per gli omicidi intenzionali commessi «con l’obiettivo di negare l’esistenza dello stato di Israele» e nel giorno successivo ha pubblicato una presa di posizione che suona più o meno così: «L’esecutivo guarda con grande preoccupazione alla legge decisa ieri. Da un lato l’opposizione alla pena di morte è un aspetto caratterizzante della politica tedesca. Dall’altro, il governo è preoccupato che una legge di questo genere rischia di impattare soltanto su palestinesi e venire applicata soltanto nei territori palestinesi. Per questo motivo si rammarica della decisione della Knesset e non può benedirla».
Ma la linea di Merz – che asseconda anche l’opinione diffusa della politica tedesca, considerato che il Bundestag ha pubblicato un documento in cui si argomenta a proposito dell’illegittimità della guerra in Iran – rischia di avere delle conseguenze di peso. Ne abbiamo parlato anche con l’ambasciatore tedesco a Roma Thomas Bagger, che ci ha raccomandato di «non farci più illusioni» sul rapporto con gli Stati Uniti. Al di là del rapporto personale tra i due capi di governo – a Berlino si conta sul fatto che le provocazioni del presidente rimangano senza conseguenze, nonostante la sua fama di uomo rancoroso – gli Stati Uniti potrebbero essere portati a riconsiderare il loro impegno in Ucraina. D’altra parte, Merz ha ben presente che la linea del presidente non raccoglie consensi oltreoceano, figurarsi in Germania. Con l’aumento delle ricadute della guerra in Iran sulle tasche dei tedeschi, che il cancelliere cerchi il modo di arginare gli eccessi di Trump è una linea comunicativa che si spende bene, anche se non ha effetti diretti sull’economia. Per quello, serve che il conflitto finisca. Merz e gli altri europei in un mezzo passo verso Trump promettono di mettere al sicuro lo stretto dopo la cessazione dei combattimenti: non è detto però che i cittadini siano d’accordo con questo progetto.
Ritorni o rimpatri?
Lunedì il presidente federale e il cancelliere hanno incontrato Ahmed al Shara, il presidente siriano ad interim. La discussa visita di stato – secondo i detrattori, alcuni dei quali hanno manifestato a Berlino contro l’ospite, il nuovo governo non proteggerebbe in maniera adeguata le minoranze – ha dato modo a Merz di annunciare che nei prossimi anni rientrerà in Siria l’80 per cento dei 900mila migranti arrivati in Germania negli anni passati. Un desiderio espresso in questi termini anche da al Shara stesso, secondo Merz.
Il cancelliere ha offerto al nuovo governo siriano anche fondi per 200 milioni di euro: «Abbiamo bisogno di un’opzione di rimpatrio affidabile, una cooperazione la Siria, nello specifico e innanzitutto per coloro che abusano della nostra ospitalità». Per coordinare i viaggi di chi tornerà in Siria sarà messa in piedi una task force comune: la situazione resta ambigua, considerata la situazione nel paese distrutto.
Al Shara si è proposto come simbolo di stabilità in un Medio Oriente al centro delle vicende internazionali, un «porto sicuro» in cui esplorare nuove opzioni di business. Motivo per cui ha invitato aziende tedesche a visitare il suo paese: è d’accordo la ministra dell’Economia Katherina Reiche, che ha parlato di «grande potenziale».
Un baleno di solidarietà
Vi portiamo anche una storia di solidarietà interspecie. A Wismar, sul mare del Nord, da domenica mattina una megattera continua a spiaggiarsi sui banchi di sabbia davanti al porto nella Germania settentrionale. Una vicenda che ha provocato – anche grazie al battesimo dell’animale da parte della Bildzeitung, che l’ha chiamato “Timmy”, e la copertura mediatica accurata con tanto di liveblog della tv pubblica locale – un’ondata di solidarietà nei confronti dell’animale.
Sembra che ancora non sia riuscito a riprendere la via del mare, ma Nils Markwardt della Zeit firma una bella riflessione sul perché questa storia ci provoca così tanto coinvolgimento empatico. La ragione sta ovviamente anche nel desiderio di alternare alle notizie serie su conflitti e tensioni politiche una storia con un possibile happy end. Ma non va tralasciato il fascino che storicamente esercitano su di noi queste creature gigantesche: secondo Markwardt, c’è da apprezzare anche come dai tempi di Herman Melville e delle tradizioni di caccia, i mammiferi marini sono diventati simbolo di pacifismo ed ecologia. Poco importa che la caccia non sia ancora stata del tutto abolita e che della solidarietà che proviamo per le balene spesso non ne proviamo di paragonabile per animali meno “simpatici”.
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