Pochi giorni fa, un’inchiesta del settimanale tedesco Der Spiegel ha rivelato che la presentatrice televisiva, attrice e autrice Collien Fernandes ha denunciato il suo ex marito Christian Ulmen (anch’egli attore e conduttore) presso il tribunale distrettuale di Palma per furto d’identità, diffamazione pubblica e aggressione.

Secondo quanto emerso, Ulmen avrebbe creato account falsi sui social media utilizzando il nome della moglie, inviando a diversi uomini immagini manipolate e video pornografici falsificati di lei (in alcuni casi anche a uomini con cui Fernandes aveva rapporti professionali) “violentandola virtualmente” in questo modo.

Su Instagram, dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Fernandes ha scritto in una dichiarazione che “l’autore” avrebbe diffuso anche un “racconto erotico” in cui lei veniva violentata da 21 uomini. Ha inoltre criticato la legislazione tedesca, che ritiene troppo debole nel contrastare la violenza sessualizzata, definendo la Germania un “paradiso per gli autori di reati”. La Spagna, al contrario, proteggerebbe meglio i diritti delle donne.

Facendo riferimento al caso di Gisèle Pelicot e all’idea che “la vergogna deve cambiare lato”, molte donne in Germania hanno espresso solidarietà a Fernandes, tra cui attrici e politiche. Domenica scorsa, a Berlino, migliaia di persone si sono radunate davanti alla Porta di Brandeburgo per una manifestazione contro la violenza digitale sessualizzata e in sostegno all’attrice.

Per molto tempo Fernandes non sapeva che il responsabile fosse proprio suo marito. Il nemico era dunque al suo fianco per tutto il tempo.

Vicinissimo

Sì, il nemico a volte è nel nostro stesso letto. Lo abbiamo visto con Gisèle Pelicot, lo vediamo con Collien Fernandes. Lo si vede nei femminicidi; lo si è visto anche in Italia nello scandalo del gruppo Facebook “Mia moglie”, dove uomini condividevano senza consenso immagini intime delle proprie partner. Oppure quando su siti pornografici e forum online sono apparse immagini manipolate di donne italiane, comprese alcune politiche, ritratte in pose sessuali falsificate.

Tutti questi casi dimostrano una cosa: in Europa servono leggi più forti contro la violenza digitale sessualizzata. Ma serve ancora di più una riflessione da parte degli uomini. E non solo quando casi come quello di Fernandes vengono alla luce. Perché questi episodi sono soltanto la punta dell’iceberg.

Nei casi di Collien Fernandes e Gisèle Pelicot, il privato è diventato politico ed è un bene. Ma se noi donne siamo oneste con noi stesse e guardiamo al nostro ambiente più vicino e a noi stesse: quante cose abbiamo visto e lasciato correre? Da parte di uomini che, in fondo, “non sono così”.

Non bisogna essere Andrew Tate, Christian Ulmen o Epstein per comportarsi in modo sbagliato. L’abuso di potere può assumere forme molto più sottili. A volte è quotidiano. E inizialmente non sembra nemmeno tale. Si cerca di passarci sopra, perché in qualche modo bisogna pur convivere con gli uomini.

Convivere

Frasi come: «Il mio pene è troppo grande per i preservativi», «Tanto prendi la pillola», «Con il preservativo non mi trovo», sono cose che io o le mie amiche abbiamo già sentito in relazioni. Eppure siamo rimaste, non ce ne siamo andate subito. Questi uomini non hanno creato deepfake di noi né ci hanno inflitto violenza fisica, ma hanno sistematicamente delegato la contraccezione alla partner. È una mancanza di rispetto verso il corpo della donna, indipendentemente dal fatto che si tratti di una relazione stabile o di un incontro occasionale.

Ci sono uomini che trovano la propria compagna poco attraente durante la gravidanza, mentre porta in grembo il loro figlio. Uomini che, durante una lite, dicono alla compagna: «Te lo stai immaginando, non c’è alcun punto di riferimento nella realtà».

Uomini a cui “scappa” una mano. Uomini che lasciano la sala parto perché l’odore del sangue è per loro insopportabile. Uomini che, anche dopo anni, non sono in grado di assumersi la responsabilità di una relazione. Uomini che reagiscono alle critiche con rabbia. Uomini concentrati soprattutto su sé stessi, che dopo il caso Pelicot o quello Fernandes condividono sui social post indignati contro la violenza di genere, ma che nella vita quotidiana non riescono nemmeno a fare le cose più banali necessarie in una convivenza: svuotare la lavastoviglie senza che venga chiesto, rinunciare ogni tanto a una partita di calcio o di tennis nel weekend per passare del tempo con la famiglia.

Ci sono uomini che hanno sempre qualcosa da criticare o da ridimensionare nel successo delle donne. Il capo che non ti prende sul serio o quello che chiede alla sua compagna se ha il ciclo perché è di cattivo umore (come se per alcuni uomini fosse sorprendente che una donna possa avere mal di testa o essere di cattivo umore anche al di fuori delle mestruazioni).

La lista è infinita. Il privato è sempre stato politico. Dobbiamo solo limitarci a non distogliere lo sguardo. Dobbiamo guardare insieme, come società. Perché Epstein, Ulmen, “Mia moglie”, i femminicidi e questa lunga sequenza di scene quotidiane nella vita delle donne di ogni età sono il prodotto di una società patriarcale che continua a considerare le donne il sesso debole. Cambiare questo preconcetto richiederà decenni. Non è detto che ci sia da essere ottimisti, per altro.

La maggior parte delle donne vuole vivere accanto agli uomini. Ma questo può funzionare solo se alla base c’è un piano di parità. E finché nel letto avremo un nemico invece di un alleato, ne saremo, purtroppo, ancora lontane.

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