La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi contro lo stop all’area a caldo del siderurgico di Taranto, previsto dalla sentenza della Corte d’appello di Milano dello scorso 27 luglio. La ripartenza resta subordinata agli interventi su amianto e polveri sottili. L’Italia dovrà rinunciare, dunque, all’unico ciclo integrale rimasto per la produzione d’acciaio.

A presentare il ricorso erano state Ilva in amministrazione straordinaria, Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding, ma per capire il peso della decisione bisogna partire dai cittadini che hanno promosso questa battaglia giudiziaria.

La loro richiesta riguarda la possibilità di ottenere protezione prima che i rischi per la salute si traducano in conseguenze irreversibili. È su questo terreno che la pronuncia assume un significato che va oltre il futuro dei singoli impianti.

Lo strumento utilizzato è l’azione inibitoria collettiva, prevista dall’articolo 840-sexiesdecies del codice di procedura civile. Dietro il nome poco accessibile c’è una funzione concreta: chiedere al giudice di impedire o far cessare condotte potenzialmente dannose per una pluralità di persone. I giudici milanesi avevano accolto il reclamo dei cittadini su amianto e particolato, disapplicando integralmente l’Autorizzazione integrata ambientale del 2025. Alle società erano stati assegnati 90 giorni dalla comunicazione del provvedimento per completare la sospensione della produzione, sotto la sorveglianza dell’autorità di controllo.

Nella sentenza i giudici hanno ricordato che «diritto alla vita e alla salute (oltre che all’ambiente sano) e diritto al lavoro non possono essere contrapposti e non devono entrare in conflitto, poiché non sarebbe nemmeno meritevole di tutela un lavoro svolto in condizioni degradanti o pericolose: il diritto al lavoro che lo Stato deve promuovere è un diritto al lavoro salubre e sicuro, non già sottoposto a condizioni inaccettabili per salvaguardarne il mantenimento, che va tuttavia sostenuto e perseguito con appropriate politiche economico-sociali».

Nella sentenza la Corte entra nel merito anche della tipologia tecnologica con cui ad oggi si produce acciaio a Taranto, indicando nella decarbonizzazione l’unica strada percorribile.

In riferimento a quello attuale, per i giudici «si tratta di un modello produttivo destinato ad essere abbandonato, sotto la spinta della transizione ecologica, e sostituito dalla produzione mediante forni elettrici, alimentati da rottame ferroso e cosiddetto preridotto (Dri - Direct Reduced Iron), cioè il prodotto della riduzione diretta del minerale di ferro, allo stato solido, ove, a differenza dell'altoforno tradizionale, la riduzione avviene senza fondere il ferro, mantenendo le temperature al di sotto del punto di fusione (generalmente tra gli 800 °C e i 1200 °C), di modo che l'ossigeno viene rimosso dal minerale di ferro (pellet o pezzi grezzi) utilizzando gas riducenti come monossido di carbonio (CO), idrogeno (H₂), derivati dal gas naturale o dal syngas, oppure carbone».

Nessun dubbio per la Corte, infine, sull’operato della Corte d’appello di Milano al centro del ricorso, «sulla scorta dei principi di precauzione (art. 301 TUA), di prevenzione (art. 191 TFUE) e di causalità attenuata, abbia formulato un giudizio di pericolosità attuale e rilevante sulla base delle plurime risultanze probatorie acquisite».

L’unica strada per riaprire l’area a caldo dell’ex Ilva passa quindi da grandi investimenti, sostenuti da una volontà politica forte di puntare ancora sull’acciaio. Lo scorso 16 ottobre il Consiglio dei Ministri aveva approvato un decreto che autorizzato i commissari straordinari di Ilva e Acciaierie d’Italia a mantenere in condizioni di riscaldo gli impianti dell’area fusoria, per non comprometterne irrimediabilmente la funzionalità. Una misura nata per coprire il periodo d’attesa fino alla sentenza della Cassazione.

La nota del governo

Sulla sentenza è intervenuto anche Palazzo Chigi. «Il governo non può che prendere atto della pronuncia della Cassazione su ex Ilva, che disattende le motivate conclusioni della Procura generale della stessa Cassazione. Lo stesso governo non si sottrarrà all’esercizio delle proprie responsabilità», si legge in una nota. «È evidente che questa sentenza, il cui contenuto va approfondito, complica ulteriormente un percorso che è stato sempre più difficile e costellato da ogni tipo di ostacoli».

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