Quanto ha influito sulla tenuta della democrazia e sulle elezioni politiche di settembre 2022, in Italia, il “filtro” algoritmico applicato progressivamente a partire dal 2021 da Meta – poi finito nel 2024 (finora però senza esiti) – nel mirino dell’Europa per sospetta viola­zione del Digital Services Act? Inizialmente sui post Facebook, è stato successivamente ampliato anche a Instagram e Threads, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la visualizzazione dei post dal contenuto politico a tutela degli utenti. Cosa è cambiato nel corso degli anni? E le cose sono state davvero sanate a partire da gennaio 2025, ossia da quando la società in capo a Mark Zuckerberg ha annunciato la disapplicazione del filtro?

È a firma di Fabio Giglietto, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’università di Urbino lo studio intitolato “Meta’s Political Content Reduction Policy and Italian Parliamentarians’ Facebook Visibility”. In una trentina di pagine analizza nero su bianco gli impatti dell’applicazione del “filtro” e si propone per la prima volta di colmare un vuoto conoscitivo rilevante, in assenza di analisi indipendenti sugli impatti concreti della policy nei contesti democratici europei.

Quel che ne viene fuori è a dir poco allarmante. Tanto per cominciare secondo il docente «l’Italia rappresenta un caso istruttivo per analizzare le dinamiche. I parlamentari italiani sono utenti Facebook molto attivi e il panorama multipartitico del paese consente di esaminarne gli effetti su un ampio spettro ideologico. Inoltre, le elezioni parlamentari in Italia si sono tenute a settembre 2022, due mesi dopo l’implementazione della politica globale di Meta, offrendo un’opportunità unica per analizzare l’interazione tra la soppressione algoritmica e l’intensa attività politica».

Lo studio

Ammontano a 2,5 milioni i post Facebook di parlamentari italiani, politici di spicco e account di estremisti politici presi in esame da Giglietto nel periodo 2021-2025 (i dati sono stati raccolti tramite la Meta Content Library Api).

Il campione analizzato è composto da 901 fonti, suddivisi in quattro gruppi distinti: 281 parlamentari eletti nella legislatura 2018 e in quella 2022; 272 parlamentari eletti per la prima volta nel 2022; 202 politici di grande seguito non membri del Parlamento (come presidenti di regione, influencer politici, etc); 146 pagine e figure dell’ecosistema mediatico politico non mainstream ed estremista (di questo cluster fanno parte pagine dai contenuti antieuropeisti e pro-Russia, complottisti di vario genere, no-vax, antagonisti ed estrema destra).

«In primo luogo – si legge nello studio – gli effetti della policy in Italia emergono considerevolmente prima di quanto suggerito dalla cronologia di Meta: cambiamenti strutturali nella portata sono rilevabili a partire da settembre 2021, circa dieci mesi prima dell’annuncio dell’implementazione da parte dell’azienda, previsto per luglio 2022».

Quindi, per sintetizzare, «durante le elezioni del 2022 i nostri parlamentari operavano già sotto una significativa riduzione algoritmica della loro capacità di raggiungere i cittadini su Facebook».

Visibilità

Veniamo ai numeri. L’implementazione della policy ha sortito una forte contrazione della visibilità dei parlamentari italiani. L’intervento ha ridotto la portata media dei post di circa il 72 per cento: da circa 53mila visualizzazioni per post a circa 15mila, tenendo conto di un primo calo del 51 per cento nella fase iniziale dell’adozione del filtro e di un’ulteriore riduzione del 43 per cento a gennaio del 2023. «Un andamento che potrebbe riflettere un inasprimento dell’applicazione della policy», sostiene Giglietto, pur non escludendo la «normalizzazione dell’engagement post-elettorale».

Gli estremisti

Di contro gli account estremisti hanno mantenuto o aumentato la visibilità totale attraverso un aumento del volume di post. In dettaglio nella prima fase i post sono rimasti stabili per poi aumentare «bruscamente», evidenzia il docente, dopo l’adeguamento di gennaio 2023.

Vero è che diversamente dai politici tradizionali gli estremisti hanno risposto al “filtro” aumentando drasticamente la frequenza dei post (fino al 140,5 per cento, considerata anche la fase post disattivazione del filtro da inizio 2025) compensando dunque la minore visibilità.

Un paradosso: i post degli estremisti hanno avuto la meglio nonostante Meta puntasse al contrario. E sono i dati a parlare: a fronte dei 553 parlamentari complessivi (281 rieletti e 272 neoeletti), nonostante gli estremisti rappresentino circa il 26,4 per cento dell’insieme, sono stati in grado di generare il 13,1 per cento di views in più (+166,5 per cento di views sui nuovi eletti, +96,4 sui rieletti).

Il docente accende, inoltre, i riflettori sulla situazione che si è venuta a creare negli ultimi mesi, da quando Meta ha annunciato la disapplicazione del filtro. Nel mese di ottobre la società, contattata da Domani, dichiarava che «il processo è stato completato da gennaio a giugno», ma stando a quanto emerge dall’indagine del docente dell’università marchigiana «sebbene l’inversione di tendenza abbia prodotto un rimbalzo statisticamente significativo, il recupero rimane incompleto: la copertura post-inversione si stabilizza solo a circa il 65 per cento dei livelli pre-inversione».

Nel 2025, dai dati presenti nella ricerca, gli estremisti risultano il primo gruppo informativo del paese, con circa 76,8 milioni di visualizzazioni settimanali, pari a una crescita del 76,9 per cento rispetto al periodo pre-policy. «Mentre i politici tradizionali hanno subito notevoli perdite di visibilità, l’aumento della frequenza di pubblicazione degli account estremisti – rileva lo studio – ha più che compensato i modesti cali per post, con conseguente aumento della copertura settimanale totale durante il periodo di riferimento. Questi risultati evidenziano significative carenze di trasparenza nella comunicazione politica di Meta».

E il tema non riguarda solo l’Italia: «Questa policy è stata attiva in un periodo cruciale per la vita democratica, comprese le elezioni europee del 2024, alterando l'ecosistema informativo in cui i cittadini hanno esercitato il diritto di voto – commenta l’europarlamentare del Pd Sandro Ruotolo –. Mentre la voce dei rappresentanti eletti veniva sistematicamente compressa, contenuti estremisti, anti-europei e filorussi hanno registrato una crescita significativa di visibilità diffondendo disinformazione e superando in portata i contenuti istituzionali». E ancora più grave, sostiene Ruotolo «il fatto che Meta non abbia adeguatamente comunicato l'esistenza e l'impatto sistemico di questa policy nei propri Transparency Reports e Post-Election Reports, nonostante la procedura formale avviata il 29 aprile 2024 dalla Commissione europea ai sensi del Digital Services Act. Per questo abbiamo presentato un'interrogazione parlamentare chiedendo alla Commissione se Meta abbia violato gli obblighi di trasparenza e di mitigazione dei rischi sistemici previsti dal Digital Services Act e quali misure urgenti intenda adottare per tutelare i processi democratici».

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