Il nostro tempo sembra attraversato da un sentimento di stanchezza che emerge soprattutto nel rapporto con il lavoro. Di tutto questo si parla poco nel dibattito pubblico. Dopo decenni nei quali il lavoro ha occupato il centro simbolico dell’esistenza, come luogo di realizzazione di sé dopo il crollo delle grandi ideologie e in una società sempre più secolarizzata, esso appare oggi troppo ingombrante, troppo esigente, incapace di restituire ciò che richiede. E tuttavia questa diagnosi rischia di fermarsi alla superficie, riducendo il tutto a un semplice, e diffuso, sentimento di disillusione.

Ma forse non è vero, o non è del tutto vero, che non ci interessi più lavorare. Forse ciò che viene meno non è il desiderio di operare, contribuire, trasformare, incidere sul mondo. Viene meno, piuttosto, la disponibilità ad accettare come lavoro un insieme di attività percepite come prive di legame con un significato riconoscibile. Si tratta di interrogare il modo in cui il lavoro è stato separato dalla vita, ridotto a funzione, mansione, prestazione.

Qui torna utile l’intuizione di Marcuse che già negli anni Trenta sosteneva come il lavoro non possa essere compreso soltanto nella sua dimensione economica. Prima ancora di essere una categoria produttiva, il lavoro possiede una portata esistenziale: è un fare che coinvolge l’intero essere dell’uomo nel mondo. L’essere umano, a differenza dell’animale, non può limitarsi a lasciarsi accadere, ma è chiamato a produrre e riprodurre la propria sfera di vita, a mediare tra sé e la realtà, ad appropriarsi di un mondo che lo precede e che proprio per questo domanda di essere trasformato. In questa prospettiva, il lavoro non nasce soltanto dal bisogno, inteso come stato di necessità.

A muovere il fare lavorativo vi è qualcosa di più profondo: l’eccedenza delle capacità e dei desideri umani rispetto a ogni situazione data. L’uomo, secondo il filosofo tedesco, lavora perché non coincide mai interamente con il mondo così com’è; perché avverte che ciò che esiste può essere ripreso, orientato, plasmato, reso diverso. Il lavoro è dunque indice non solo di una carenza, ma di una sovrabbondanza: della distanza tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere. Da qui deriva una conseguenza decisiva. Il lavoro è sempre, in qualche misura, “non abbastanza” rispetto al nostro desiderio, è una necessità, ma che straborda.

Oltre la somma 

Nessuna mansione, nessuna attività, nessun perimetro organizzativo può contenere interamente la domanda di senso e di trasformazione che abita il fare umano. Ogni lavoro promette più di quanto riesca a mantenere: promette una qualche unità tra vita e opera, tra ciò che siamo e ciò che realizziamo. Quando questa promessa si spezza, non resta soltanto fatica ma sempre più anche un senso di estraneità. Proprio per questo occorre distinguere il “compito” dalla “mansione”. Nel linguaggio organizzativo contemporaneo, il compito tende sempre più a coincidere con il task: una porzione circoscritta di attività, assegnabile, monitorabile, misurabile, eventualmente automatizzabile. Ma questa riduzione, per quanto funzionale alle esigenze dell’organizzazione, impoverisce radicalmente il significato del lavoro. Un compito, in senso più profondo, non è una mansione da eseguire ma è la forma concreta della nostra responsabilità nel mondo che, in qualche misura, va oltre la somma delle attività di cui il lavoro si compone.

Ciascuna queste si colloca dentro una trama di relazioni, istituzioni, saperi, regole, bisogni e attese che precedono il singolo, ma che il singolo contribuisce a confermare o trasformare. Chi lavora incontra strumenti, linguaggi, vincoli che non ha creato da sé. Non si entra mai nel lavoro come in uno spazio neutro, ma in una storia già iniziata da altri con cui siamo, di conseguenza, in rapporto. Ma proprio perché questa storia ci precede, essa può essere ripresa e orientata. Il lavoro non è soltanto adattamento a ciò che è dato; è anche possibilità di appropriarsene, modificarlo, disporlo verso il futuro. Questa visione non elimina il peso del lavoro, ogni attività lavorativa implica sacrifici e contraddizioni, e quasi mai il lavoro è pura espressione immediata del sé; obbliga a misurarsi con qualcosa che non coincide con la forma del proprio desiderio.

Necessità e libertà

Ma è proprio in questa tensione tra necessità e libertà che risiede la sua densità per l’uomo. Il problema percepito oggi non è che il lavoro contenga necessità; il problema è che, nelle forme storiche in cui è stato organizzato, la necessità è stata separata in modo eccessivo dalla libertà, l’esecuzione dall’orientamento, la prestazione dal senso.

La divisione del lavoro non produce soltanto una distribuzione diseguale di reddito, fatica e riconoscimento. Produce anche una distribuzione diseguale della possibilità di partecipare al significato del proprio agire. A molti è chiesto di contribuire senza poter davvero comprendere o discutere il fine del contributo richiesto. In questo contesto l’idea di lavorare meno assume un significato ambiguo: rivendicazione legittima contro la colonizzazione del tempo, ma anche possibile sintomo della rinuncia a immaginare il lavoro come luogo di realizzazione, contributo e responsabilità. Per questo non basta opporre lavoro e vita, come se il primo fosse soltanto il regno della necessità e la seconda soltanto lo spazio della libertà. Una simile opposizione rischia di accettare come inevitabile proprio ciò che dovrebbe essere messo in questione: la riduzione del lavoro a funzione strumentale. La promessa più radicale, che in Marcuse assume il carattere di una riconciliazione possibile, è invece quella di una nuova unità tra lavoro e vita.

La questione organizzativa diventa allora centrale. Non è sufficiente chiedere agli individui di ritrovare motivazione, senso, passione o resilienza, come se il significato del lavoro potesse essere prodotto unilateralmente dalla soggettività. Il senso richiede organizzazioni e relazioni capaci di rendere visibile il fine del lavoro, di riconoscere il contributo di ciascuno. Richiede contesti nei quali il lavoratore non sia trattato soltanto come esecutore di mansioni, ma come soggetto chiamato a prendere parte a un compito comune. Sviluppare nuovi modelli organizzativi significa interrogarsi sulla qualità della relazione tra persone, fini e forme del lavoro. Significa superare l’idea che l’efficienza consista unicamente nella standardizzazione e misurazione delle attività. Ma quando gli strumenti organizzativi smettono di servire il loro compito e diventano essi stessi il fine il lavoro perde il suo rapporto con il mondo e torna a essere funzionale (con il salario) a una vita vera che è fuori da esso.

L’organizzazione dovrebbe invece essere il luogo in cui l’agire individuale può riconoscersi dentro una responsabilità collettiva. In fondo, la crisi contemporanea del lavoro dice che non siamo più disposti a chiamare “lavoro” qualunque occupazione del tempo. Dice che il desiderio umano eccede la mansione, e che proprio questa eccedenza, se non trova forme adeguate, si rovescia in disaffezione, cinismo o fuga. Ma dice anche che il lavoro conserva una promessa: non solo mezzo di sopravvivenza, ma pratica attraverso cui l’uomo partecipa alla costruzione del mondo.

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