Il primo maggio del 1986 un eterogeneo gruppo di punk, comunisti, anarchici, femministe, rompeva il lucchetto della struttura militare di Roma per trasformarlo in un centro sociale. Nessun collettivo politico, ma solo un gruppo di soggettività che si ritrovano intorno al concetto di autogestione. Musica come bene comune, autoproduzione, utilizzo critico delle tecnologie, ambientalismo e transfemminismi sono i temi che lo attraversano da sempre. La cultura scelta come arma di contestazione lo hanno reso l’anima creativa del movimento
«Basta essere consapevoli che l’occupazione durerà tre giorni». Primo maggio del 1986, quattro giorni dopo il disastro nucleare di Chernobyl, Gianni pronuncia quelle parole prima che venga aperto il cancello di quello che sembrava un obiettivo impossibile: una fortezza militare abbandonata. Cinque ettari di tunnel, sotterranei, cunicoli e piazze disposti su tre anelli e circondati da un parco, nel popolare quartiere di Centocelle. Occupati e trasformati in un centro sociale, 40 anni fa. «Un esempio mirabile di spontaneismo», per usare le parole del generale in seconda della Guardia di Finanza Bruno Buratti.
«Brucia quella busta, spezza quella spada»
Il cancello viene aperto al termine della quarta Festa del non lavoro - nata in protesta contro le logiche di sfruttamento del mercato - organizzata nel parco esterno. Il palco, montato durante il fallout radioattivo. Antinuclearismo e ambientalismo incisi nel dna. A realizzare la Festa un gruppo eterogeneo di punk, anarchici, comunisti, femministe che avevano già dato vita a una rivista autoprodotta. In Vuoto a perdere si parlava di corpi, tematiche lgbtq, antimilitarismo, tempo liberato, antifascismo. E dove pubblica i suoi disegni Cristiano Rea, autore scomparso nel 2023 che, come scrive Zerocalcare, ha «plasmato l’immaginario» di chi frequentava i centri sociali. «Brucia quella busta, spezza quella spada», lo slogan che accompagna le azioni degli attivisti, in un quartiere troppo povero di servizi e troppo ricco di eroina. Un “no” che, negli anni, andrà pari passo con il “sì” alla liberalizzazione della marijuana. Il percorso antiproibizionista al Forte è passato attraverso l’autoproduzione: coltivare le piantine per sfuggire al mercato nero. E regalarle a chi attraversava i suoi spazi durante la Feste del raccolto.
Autogestione
Le prime assemblee di gestione contengono già i tratti distintivi dell’occupazione: nessun collettivo politico, nessuna area di riferimento, solo soggettività riunite intorno a una parola d’ordine: autogestione. La cultura si fa strumento di lotta, la politica si mischia con la festa, perché: «Se non ballo non è la mia rivoluzione». Non a caso, nel 1995, durante la mobilitazione contro la messa all’asta del Forte, gli attivisti organizzano la prima street parade italiana, finita con un rave al Campidoglio. Creatura strana, il Forte Prenestino: sceglie l’ironia della “frivolezza tattica”, come strumento di contestazione, incarnerà sempre la parte creativa del movimento.
La Pantera e lo zapatismo
Anche grazie all’onda della Pantera: esaurito il suo ciclo il movimento studentesco si riversa nei centri sociali. Al Forte porta in dotazione le sperimentazioni degli architetti della Sciatto Produzie, Torazine, irriverente rivista underground, le transfemministe di Ordanomade. I videomaker e i registi che contribuiscono a kermesse sperimentali come l’Overdose Fiction Festival. La musica hip hop, ma anche la techno e la scena rave. Una boccata d’aria a cui si unisce, nel ‘95, il vento che «soffia dalla Selva Lacandona», come si legge nel catalogo di Sotterranea, la mostra che il Forte dedica ai suoi 40 anni (visitabile dal primo maggio). «È qui che nasce un’idea chiara per i movimenti moderni: non più presa del potere, ma sostituzione con un modello altro (un altro mondo è possibile)». Un vento altermondialista che soffia fino alle contestazioni del g8 di Genova nel 2001. E alle violenze di Bolzaneto e della Diaz.
La musica e l’autoproduzione
Occupato dopo un concerto, la musica e l’autoproduzione ricoprono un ruolo fondamentale nel centro sociale. Il Forte diventa un palco immenso dove tutta la scena underground, punk, rap e reggae si può esibire e dove può sperimentare, pur infrangendosi con i suoi limiti, forme di autoproduzione. Regalo della Pantera sono anche gli Assalti Frontali che, dopo aver pubblicato come Onda Rossa Posse, il primo singolo rap in italiano, cambiano pelle. Il Forte diventa la loro «casa per andare in giro per il mondo».
Perché qui la musica è bene comune: tutti devono poterne fruire a prezzi accessibili. E sul suo palco suonano tutti: dai Nofx a Jello Biafra dei Dead Kennedys, Manu Chao, i Chumbawamba, Fugazi, Capossela, Caparezza,Tricky, i Subsonica e gli Afterhours, Daniele Silvestri, gli Ozric Tentacles e i 99 Posse. Pure un Dave Grohl biondo e “pischello”, batterista degli Scream, prima che dei Nirvana. Qui arriva anche quel movimento rave, da cui nascono anche i Kernel Panik, complice della «defascistizzazione dei muretti», come scrive Valerio Mattioli in Remoria, si trasforma in un festival, Electrode, che permette di ballare con i dj più famosi, da Aileen D a Vitalic, pagando cinque euro.
Il Pride con Sylvia Rivera
Nel nucleo di occupanti originario le femministe occupano un posto privilegiato. Sono loro a portare i primi pc, a fare i primi corsi di formazione tecnologica per realizzare Corporea, la loro agenda. «Il Forte mi permise di manifestare tutta la mia follia detta anche identità di genere, che dopo sarebbe diventata queer», racconta Porpora Marcasciano in Fortòpia, il libro collettivo scritto per i 30 anni di occupazione.
Una vita nel Mit, ora presidente della commissione pari opportunità nel Comune di Bologna, è lei a portare a Roma Sylvia Rivera, l’attivista trans che diede vita alle rivolte di Stonewall. È il World Pride del 2000, gli organizzatori non la ospitano, lei sale sul sound system del Forte. La foto di quel camion è il manifesto della mostra Sotterranea. Il legame tra il centro sociale e il movimento lgbtq non si è mai concluso.
Mediattivismo
Nel 1994 si forma il gruppo AvANA, “che si occupava di computer, reti e comunicazione già da prima che arrivasse internet in tutte le case”, scrive Graffio in Fortòpia. L’utilizzo consapevole della tecnologia diventa un altro dei punti fondanti della vita del Forte che, nel 2000, ospita per la prima volta un Hackmeeting, appuntamento autogestito dedicato alla condivisione dei saperi digitali e alla critica del controllo tecnologico.
L’incontro di AvANA con i videomaker di Candida Tv, è la scintilla del mediattivismo, che apre le porte a progetti come Indymedia, i primi esperimenti di citizen journalism.
Cultura accessibile
Negli ultimi 40 anni sono stati centinaia i festival che lo hanno attraversato, tra i più longevi Crack! Fumetti dirompenti, Enotica, il nuovo Welcome 2 Da Future, perché la cultura deve essere accessibile. I temi che hanno attraversato i primi anni di una storia alternativa lunghissima, continuano a essere vivi in un’occupazione che ha visto alternarsi tre generazioni di attiviste e attivisti che hanno inseguito sempre lo stesso obiettivo: dimostrare che è possibile sviluppare un altro modello di vita, inclusivo, accessibile e lontano dalle logiche del mercato.
Vanno in questa direzione le attività su cui si sono concentrati gli occupanti che, negli ultimi anni, hanno allacciato un legame sempre più stretto con il quartiere, «uno spazio di cura per la vita collettiva». Oltre agli storici laboratori, il cinema, la serigrafia, la sala prove, lo studio di registrazione di Musica Forte, ora c’è una scuola di musica, decine di corsi distribuiti in due palestre.
Lo spazio bimbi che, in estate, grazie a un gruppo di genitori del quartiere, si trasforma anche in campo scuola estivo. «La memoria siamo noi», scrive il Forte lanciando l’appuntamento per la Festa del Non lavoro di quest’anno, «che proviamo a riscrivere la storia danzando nella polvere, squarciando il buio, immaginando un mondo dove la torre ribalta la scacchiera e beffarda balla sulla testa dei re».
© Riproduzione riservata

