Cesare Damiano la chiama «parabola del lavoro». È la storia di un paese come il nostro che, sin dagli anni del dopoguerra, ha costruito la sua forza sulla manifattura e poi, dagli anni Novanta, ha iniziato lentamente a demolirla. Fino ad arrivare all’Italia di oggi, dove troppo spesso avere un impiego non basta più a garantire una vita dignitosa.

«La stima è che in Italia ci siano circa tre milioni di lavoratori che, nonostante abbiano un lavoro, vengono definiti lavoratori poveri perché non riescono a far tornare i conti della propria famiglia», dice l’ex ministro del Lavoro del governo Prodi, co-autore del libro L’Italia che non arriva a fine mese, edito dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

A raccontate bene questo paradosso ci pensano i dati Ocse: tra il 1990 e il 2020 il potere d’acquisto dei salari è sceso del 2,9%, mentre in Francia e Germania è cresciuto di oltre il 30%. Tradotto: mentre i lavoratori francesi e tedeschi hanno visto crescere il valore del loro stipendio, quelli italiani non solo non hanno guadagnato di più ma il loro salario ha iniziato a valere meno.

Prima è arrivato il decentramento produttivo, poi la ricerca del costo del lavoro più basso nei paesi dell’Est e infine la deindustrializzazione verso la Cina e l’Oriente. «Tutti questi fenomeni hanno colpito la base produttiva del paese rendendo il lavoro sempre più precario», sottolinea Damiano. Ed è proprio qui che l’assenza di una politica industriale decisa smette di essere un tema da addetti ai lavori e comincia a farsi sentire nelle tasche degli italiani.

Interventi senza sviluppo

Iacopo Gronchi, dottorando in politiche per l’innovazione presso lo University College London, che all’interno del Report on Italy’s Industrial Policy ha studiato l’evoluzione della politica industriale italiana tra il 2006 e il 2024, la definisce «amministrazione del declino». A mancare, secondo lui, «è la capacità dello Stato di pensare a lungo termine, la volontà della politica di ingaggiare l’industria in questo tipo di dialogo e la visione per orchestrare politiche pubbliche al di là della forma del sussidio».

Il caso italiano, per il direttore del Luiss Hub for New Industrial Policy Donato Di Carlo, «è un interventismo senza sviluppo, visto che nel nostro paese c’è la volontà di intervenire ma manca la parte dello sviluppo: una visione di medio periodo, oltre il domani politico e il domani elettorale». Per Di Carlo la politica industriale italiana è «molto più reattiva che proattiva»: manca una governance in cui il paese decida «chi vogliamo essere e dove vogliamo andare da qui a dieci anni».

Senza questa direzione, l’intervento dello Stato si traduce in una continua rincorsa: arriva a crisi esplosa, quando l’azienda ha già ridotto i turni e la produzione è già scesa. Ed è qui che i tavoli di crisi diventano luoghi in cui si tenta di salvare il salvabile. Ma se le crisi si moltiplicano, il problema non è più la singola azienda: è l’intero sistema, che inizia a fare acqua da tutte le parti.

«Le tubature che perdono aumentano e lo sforzo del legislatore o del governo di mettere le toppe non può fare fronte a tutto, perché il problema non è tanto nella singola toppa quanto nella tubatura», evidenzia Gronchi. «Servirebbe un lavoro di ristrutturazione industriale più profondo e una logica di intervento e orientamento dell’industria più proattiva: non sul tavolo di crisi, ma nella concertazione con gli attori industriali nazionali ed europei».

Da dove ripartire

Anche dai tavoli del ministero delle Imprese e del Made in Italy emerge una fotografia che non somiglia più a una somma di vertenze isolate. Vera Buonomo, segretaria confederale Uil, parla di «un quadro preoccupante aggravato dalla nuova tensione sui costi energetici e delle materie prime. Non siamo più davanti a vertenze isolate, ma a una crisi industriale diffusa che attraversa l’intero sistema produttivo. Le grandi vertenze sono soltanto la parte visibile di una crisi più ampia e profonda».

Come ricorda Cesare Damiano, «l’Italia è ancora oggi la seconda manifattura d’Europa, ma non abbiamo più uno scheletro che la caratterizzi». E quindi il punto di partenza dovrebbe essere una domanda elementare per qualunque paese industriale: quali sono i settori strategici su cui puntare? «Può essere la difesa più che l’offesa, lo spazio, l’intelligenza artificiale, la digitalizzazione, la ricerca. Nel campo della manifattura sicuramente l’acciaio è fondamentale, l’industria automobilistica non è secondaria, la telecomunicazione, la cybersicurezza».

In alcuni di questi settori, sostiene Damiano, «servirebbe una golden share, un capitale misto pubblico-privato capace di salvaguardare gli interessi nazionali e dare una visione di indirizzo». Finora questa visione risulta non pervenuta, ma quando un paese smette di scegliere cosa produrre, dove investire e quali filiere difendere le ripercussioni si fanno sentire sul lavoro che resta e che, inevitabilmente, diventa più povero.

Terziario povero

Damiano lo spiega guardando allo spostamento delle ore lavorate dalla manifattura ai servizi: «Non stiamo parlando del passaggio al terziario avanzato della Silicon Valley, stiamo parlando di un terziario povero: ristorazione, alberghiero nel quale purtroppo i lavoratori hanno meno stabilità di lavoro, orari più corti e paghe più basse rispetto alla manifattura. Questo è un fenomeno che la dice lunga sul fatto che soprattutto in quei settori si annidano le sacche più importanti di lavoro povero».

Eppure questo allarme rischia di rimanere isolato dentro una narrazione politica che conta gli occupati, ma evita di guardare alla qualità del lavoro che viene prodotto. «Il governo ripete: abbiamo aumentato di un milione i posti di lavoro. È vero. Ma nello stesso periodo in Europa sono aumentati di dieci milioni: in Francia un milione e mezzo, in Spagna due milioni e mezzo. Quindi si spara un dato quantitativo, non lo si contestualizza, non si analizza la qualità e lo spostamento da manifattura al terziario. Intanto centinaia di migliaia di giovani laureati con i master se ne vanno dall’Italia perché quello che qui viene pagato uno, in Germania viene pagato tre».

Alla fine, la parabola del lavoro torna al suo punto di partenza. Un paese che perde manifattura, competenze e direzione industriale; dove chiudono gli stabilimenti e, allo stesso tempo, cresce il lavoro povero. Per questo, conclude l’ex ministro, «se continuiamo ad accompagnare i processi senza avere una capacità di progettazione di futuro, non daremo mai delle risposte». Perché accompagnare non è governare. E senza una politica industriale capace di immaginare il paese che verrà, il lavoro rischia di restare quello che è già oggi per milioni di persone. Un impiego che c’è, ma non basta più.

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