La notizia è di quelle che fanno esultare la grancassa governativa: Giorgia Meloni alza la cornetta, chiama l’amministratore delegato di Ericsson Italia Andrea Missori e la multinazionale svedese ritira la procedura di licenziamento collettivo per i 131 lavoratori della sede di Genova. Una narrazione costruita ad arte per dipingere la presidente del Consiglio come la deus ex machina capace di piegare con un solo squillo le logiche ferree di un colosso tecnologico globale.

Ma dire che «l'azienda ha ritirato i licenziamenti» è una verità edulcorata per offrire un trofeo politico all'opinione pubblica: l'esecutivo sbandiera lo stop alla procedura collettiva forzata ma il perimetro reale dei tagli resta intatto attraverso la via degli esodi volontari e incentivati. Insomma, il perimetro occupazionale dei dipendenti coinvolti nel ridimensionamento del sito genovese si riduce comunque.

La polvere sotto il tappeto di anni di inerzia

Dietro l’intervento della premier si nasconde una situazione più complessa, che meriterebbe ben altra profondità di analisi. Il peccato originale è l’assenza di una politica industriale sulle telecomunicazioni. Il rallentamento degli investimenti nel 5G da parte degli operatori di telecomunicazioni e il progressivo deterioramento della filiera nel nostro Paese non sono eventi improvvisi ma il frutto di anni di inerzia, i cui effetti cominciano a venire a galla in tutta la loro gravità.

L’azione di Palazzo Chigi su Ericsson sarebbe scaturita, stando alle ricostruzioni ufficiali, «per evitare che strumentalizzazione politica alimentasse tensione sulla pelle dei lavoratori».

Un argomento di comodo, perché la presunta strumentalizzazione non c’entra nulla con le reali dinamiche industriali che stanno stritolando il settore. Ericsson non ha deciso all’improvviso di tagliare risorse strategiche: la ristrutturazione del gruppo a livello globale era stata messa nero su bianco già all'inizio dell'anno. Un piano di ridimensionamento di cui i vertici aziendali, i sindacati e gli osservatori economici sapevano tutto, e che affonda le radici in fattori macroeconomici incontrovertibili. Tra questi spiccano un fatturato in contrazione, volumi di attività ridotti e un mercato delle telecomunicazioni – in Italia come nel resto d’Europa – cronicamente asfittico, stretto nella morsa della contrazione degli investimenti sul 5G da parte delle telco e di margini industriali ridotti al lumicino. Una situazione che nel nostro Paese risulta ulteriormente aggravata da livelli di ricavi medi per utente tra i più bassi d'Europa. Eppure, a seguito del tavolo di confronto che si è tenuto al Mimit, il ministro Adolfo Urso si è trincerato dietro una nota scarna, costretto ad ammettere tra le righe che la partita non è chiusa: «Siamo lieti che l’azienda abbia accolto la richiesta del Presidente del Consiglio annunciando al tavolo il ritiro dei licenziamenti e l’attivazione di procedure consensuali, con esodi incentivati e volontari».

La foglia di fico dei tavoli ministeriali

Il vero punto critico sollevato da questa vertenza non è il tentativo del governo di difendere un’occupazione altamente qualificata e salvaguardare le competenze tecnologiche e di ricerca presenti sul territorio nazionale. Questo è il suo compito. Il problema la scarsa visione strategica si cela dietro operazioni di facciata.

Ridurre una crisi industriale sistemica e complessa a un braccio di ferro risolto da una telefonata significa confondere la governance  con le pubbliche relazioni. Si grida alla vittoria perché si blocca una procedura d'imperio per 131 lavoratori – su 1.700 dipendenti che Ericsson conta complessivamente in Italia – dimenticando che senza una politica industriale strutturata, incentivi mirati per la ricerca e un intervento normativo e economico sui costi e sulla competitività, domani nel mercato delle telecomunicazioni toccherà a qualcun altro.

© Riproduzione riservata