La soluzione più razionale consiste in una nazionalizzazione temporanea finalizzata al rilancio per una conversione industriale che coniughi aspetti economico-finanziari, sociali e ambientali, subordinando l’iniezione di capitale all’obbligo per gli amministratori di pubblicare relazioni trimestrali che consentano un accurato monitoraggio degli investimenti
La politica industriale è spesso dominata da un'antica contrapposizione tra Stato e mercato che oggi dice molto meno di quanto si pensi. Come ha osservato il professore di Harvard Dani Rodrik, le economie avanzate non si distinguono per la presenza o l'assenza dell'intervento pubblico ma per la qualità con cui esso viene esercitato. In questo contesto, per l'Ilva occorre chiedersi se la sua eventuale scomparsa generi un danno economico, sociale e industriale superiore al costo necessario per salvarla. Rappresenta uno degli asset più importanti del paese, in passato ha prodotto oltre 8 milioni di tonnellate di acciaio all'anno ed è tuttora tra i primi poli siderurgici europei con un indotto che coinvolge imprese e migliaia di addetti e un impatto stimato sul Pil intorno allo 0,5%.
L'Italia è il secondo produttore europeo di acciaio e l’Ilva costituisce il pilastro della produzione nazionale di acciaio piano, una materia prima essenziale per numerose lavorazioni di altri tipi di acciaio per le quali, senza Taranto, molte acciaierie italiane sarebbero costrette ad aumentare il ricorso alle importazioni da paesi extraeuropei, esponendosi a maggiore volatilità dei prezzi e rischi geopolitici. È difficile comprendere perché dobbiamo rinunciare a uno dei pochi impianti europei con una produzione a ciclo integrale.
La gestione privata non può essere considerata un successo, tutt’altro: l'ingresso di Arcelor-Mittal era stato presentato come la soluzione definitiva con investimenti e innovazione, ma nulla di tutto questo si è realmente materializzato. Al contrario, la produzione è progressivamente diminuita e le lavorazioni a più alto valore aggiunto sono state trasferite ad altri stabilimenti esteri di Mittal.
Occorre cambiare approccio basandoci sul concetto di “capitale paziente”.
La soluzione più razionale consiste in una nazionalizzazione temporanea finalizzata al rilancio per una conversione industriale che coniughi aspetti economico-finanziari, sociali e ambientali, subordinando l’iniezione di capitale all’obbligo per gli amministratori di pubblicare relazioni trimestrali che consentano un accurato monitoraggio degli investimenti. L'intervento congruo per effettuare gli investimenti dovrebbe assumere la forma di un aumento di capitale riservato pari a circa 5 miliardi destinato alla modernizzazione degli impianti e alla transizione ambientale.
Trattandosi di un investimento patrimoniale, tale misura non deve essere interpretata come semplice spesa pubblica. Lo Stato acquisirebbe un'attività reale, con l’obiettivo di rilanciare l'azienda, riportarla gradualmente alla redditività e alla quotazione in Borsa di almeno il 50% del capitale in un orizzonte di 6 anni. In questo scenario una quota rilevante delle risorse rientrerebbe nelle casse pubbliche attraverso la vendita delle azioni sul mercato che rafforza anche la compatibilità dell'operazione con la disciplina europea sugli aiuti di Stato. Non si tratta quindi di una nazionalizzazione permanente, ma di un'operazione di ricostruzione industriale con lo scopo di creare con capitale paziente una Eni dell’acciaio italiano.
È impensabile un rilancio industriale senza una forte iniezione di capitale proprio che consenta all’Ilva di “respirare” almeno nel breve-medio termine poiché tale fonte di finanziamento garantisce un flusso di cassa stabile nel tempo. Un'operazione, invece, da parte di fondi di investimento o multinazionali in parte a debito rischia di subordinare gli interessi industriali alle esigenze di redditività immediata e in questo specifico caso non è perseguibile se non a scapito della perdita della filiera integrale dell’acciaio come prevedono i piani della cordata italiana e quello di Jindal che escludono l’area a caldo, in tutto o in parte con effetti molto negativi su numerose piccole e medie imprese italiane, non solo nella siderurgia.
L'impatto macroeconomico dell’intervento non sarebbe negativo, anzi il contrario: gli investimenti industriali generano occupazione, entrate fiscali e crescita. Naturalmente non si può ignorare il tema ambientale, risulta cruciale il passaggio dall’altoforno al forno elettrico come hanno chiesto con giuste ragioni i lavoratori. Proprio oggi, 5 ottobre, la Corte d’appello di Milano ha confermato l’ordine di spegnimento degli altoforni entro fine mese perché la tutela del diritto alla salute prevale sugli altri interessi.
L’acciaio infatti può essere prodotto con altoforno o con forno elettrico: il primo utilizza minerale di ferro e carbone, mentre il secondo fonde principalmente rottame ferroso riciclato, usa elettricità e può essere acceso e spento con maggiore flessibilità emettendo quantità molto inferiori di CO₂ (il costo del forno elettrico per Cornigliano è circa 1,2 miliardi). In Italia sono presenti produttori di forni elettrici a testimonianza di come tali investimenti avrebbero ampi effetti sull’economia italiana.
Emerge quindi il vantaggio dell'intervento pubblico visto che lo Stato può perseguire contemporaneamente obiettivi economici, sociali e ambientali che in questo caso sono imprescindibili. L'Ilva è un'infrastruttura industriale nazionale, lasciarla fallire o ridurne il ciclo produttivo significherebbe rinunciare a un pezzo fondamentale della produzione industriale mentre investirvi risorse adeguate non sarebbe un ritorno al passato ma un investimento sul futuro che si intreccia col destino di 20 mila persone.
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