Mentre negli Usa Zuckerberg stacca un assegno da 16,7 miliardi per schivare una multa pesantissima sulle accuse di aver progettato volontariamente la sue piattaforme per creare dipendenza, Bruxelles risponde che «la palla è nel campo» dell’avversario. E la destra italiana si rifugia nella storia della tassa a Big Tech
La Commissione europea osserva, dialoga, prende tempo e attende passivamente che Meta faccia la prima mossa. È questa la risposta, sconfortante, che emerge dalle dichiarazioni a seguito dello storico accordo transattivo da 16,7 miliardi di dollari raggiunto da Meta con i procuratori generali negli Stati Uniti. Di fronte a prove schiaccianti, ad ammissioni interne ormai incontestabili e a un pacchetto di rimedi concreti imposto dalla giustizia americana, l'Europa si ritrova ancora una volta rilegata nel ruolo inerme dello spettatore.
La strategia del dialogo infinito
Le dichiarazioni rilasciate durante il consueto briefing quotidiano con la stampa dal portavoce della Commissione europea, Thomas Regnier, suonano purtroppo come l'ennesimo manifesto dell'impotenza regolatoria di Bruxelles: «Posso confermare che, dall'accordo transattivo annunciato negli Stati Uniti abbiamo avuto degli scambi con Meta. Si tratta di un dialogo continuo che stiamo portando avanti per offrire almeno una protezione altrettanto valida ai nostri bambini». Un «dialogo continuo» che non indide su una piaga sociale ed educativa esplosa ormai da anni.
Per difendere l'operato formale delle istituzioni comunitarie di fronte ai cronisti, Regnier ha rivendicato i passaggi burocratici compiuti negli ultimi tempi: «Durante questo periodo non siamo rimasti con le mani in mano. Abbiamo approvato il Digital Services Act, abbiamo avviato un'indagine su Meta per gli stessi sospetti e il mese scorso siamo giunti alla conclusione che Meta viola il Dsa. Ora, non si tratta di stabilire chi infliggerà la multa più salata. Ciò che vogliamo è proteggere efficacemente i nostri minori online».
Ma è il passaggio successivo a svelare tutta la fragilità politica e la cronica assenza di leadership da parte dei vertici europei: «Il pallone è nel campo di Meta». Rimettere l'iniziativa esecutiva e il pallino del gioco nelle mani di chi per oltre un decennio ha scientemente anteposto il proprio profitto aziendale al benessere cognitivo dei giovani (come dimostrato dal patteggiamento statunitense) è una resa mascherata. Per quale motivo l'Europa dovrebbe attendere le “proposte” spontanee e di comodo della multinazionale guidata da Mark Zuckerberg, invece di imporre vincoli normativi immediati, prescrittivi e sanzioni severe?
L’interrogazione a Virkkunen
A mettere a nudo il colpevole ritardo delle istituzioni comunitarie sono intervenuti gli eurodeputati del Partito democratico (S&D) Sandro Ruotolo, relatore al Parlamento europeo della relazione sull'impatto dei social media sui giovani, e Nicola Zingaretti, capodelegazione del Pd a Strasburgo. I due europarlamentari hanno depositato un'interrogazione urgente indirizzata alla vicepresidente esecutiva della Commissione europea con delega alla Sovranità tecnologica, Henna Virkkunen, chiedendo conto dell'inazione: «Da maggio 2024 la Commissione europea ha aperto un procedimento nei confronti di Meta proprio sulla protezione dei minori. Abbiamo chiesto alla vicepresidente Virkkunen a che punto siano le verifiche, dopo oltre due anni, e quali risultati siano finora emersi. La tutela dei minori non può essere subordinata agli interessi economici delle piattaforme digitali».
Nel frattempo la dirigenza di Meta prova ad allestire la consueta operazione d'immagine e di facciata. In un post pubblicato sul proprio blog ufficiale, la multinazionale americana dichiara spudoratamente che «garantire agli adolescenti un'esperienza sicura e costruttiva sulle piattaforme è una priorità assoluta». E lancia un paradossale j’accuse ai concorrenti: «Tutte le piattaforme dovrebbero dare potere ai genitori. Esortiamo TikTok e YouTube a unirsi a noi e ai procuratori generali nell'adottare questo nuovo standard».
I ritmi sonnacchiosi del Governo italiano
In risposta a questa emergenza, il governo italiano risponde con il consueto ritmo sonnacchioso. Il ministro Adolfo Urso ha annunciato già diversi giorni fa che il disegno di legge bipartisan sull'età minima di accesso ai social prosegue il suo iter, promettendo un'approvazione entro la fine della legislatura. Insomma l'esecutivo prende tempo.
Ma il vero capolavoro di depistaggio politico arriva con l'uscita delle forze di maggioranza. Di fronte al verdetto americano e agli allarmi della sinistra, la destra rilancia con forza la questione della web tax. Intervenendo sul caso Meta, il senatore Maurizio Gasparri accoglie con favore le decisioni americane, ma ne approfitta per deviare la rotta e puntare il dito contro l'elusione fiscale dei colossi del web. L'emergenza dell'adescamento digitale e della dipendenza viene così messa in secondo piano per rispolverare l'ennesimo cavallo di battaglia economico.
Peccato che questo ardito rilancio sulla tassazione dei giganti della rete è una commedia già vista decine di volte. La discussione sulla digital tax in Italia si trascina infatti da tempo immemore, trasformandosi in una saga interminabile di bozze accantonate, aliquote ridicole, rinvii tattici e una cronica incapacità di incassare contributi degni da Big Tech.
© Riproduzione riservata