«Presente, presente, presente». Cala il buio quando il gruppo di neofascisti omaggia i militanti del Fronte della Gioventù, uccisi il 7 gennaio 1978, e lo fa col saluto romano in via Acca Larentia, a Roma.

Sono centinaia le braccia tese che ricordano i «caduti» Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni, uccisi quarantotto anni fa nei pressi della storica sezione dell’Msi, oggi acquistata dall’associazione Acca Larenzia con un contributo di 30mila euro di Fondazione Alleanza Nazionale, storica cassaforte di Fratelli d’Italia. «Sono di meno dell’anno scorso», commenta un agente in borghese di là delle transenne dietro cui sono relegati i cronisti. I dati ufficiali parlano di «circa un migliaio» di presenze.

Tra i volti coperti da sciarpe, passamontagna e mascherine anti Covid, ci sono anche quelli di chi ha scelto di non sfuggire all’occhio delle videocamere di sorveglianza di zona, le cui immagini verranno analizzate dalla Digos e in base a quanto risulta a Domani inviate tramite un’apposita informativa al pm di Roma: dal presidente di Casapound, Gianluca Iannone, fino al fondatore di Forza Nuova Roberto Fiore.

La liturgia commemorativa va in scena mentre le forze dell’ordine e le camionette della polizia blindano il quartiere dell’Appio Latino, ogni anno cornice dell’evento annunciato da settimane per mezzo dei manifesti affissi lungo tutta la Tuscolana.

«Li hanno aggrediti! Li hanno aggrediti!», è la frase pronunciata da un giovanissimo uguale agli altri ragazzi presenti (hanno tutti un bomber nero e scarpe da ginnastica ai piedi). Il riferimento è all’aggressione nella notte dell’Epifania, poco dopo le 23, subita da quattro militanti di Gioventù Nazionale, aggrediti, secondo gli inquirenti che hanno trasmesso un’informativa ai pm capitolini, da un gruppo di ideologia opposta con spranghe e aste. Per il vicepresidente della Camera, il meloniano Fabio Rampelli, si tratta di un «attacco premeditato per uccidere».

Fonti investigative dicono a Domani che soltanto una delle vittime sarebbe stata trasportata in ospedale, al San Giovanni, in codice giallo: non ha riportato gravi ferite. Inutile chiedere commenti ai militanti sull’aggressione: «Oggi non si rilasciano dichiarazioni», dice un uomo del servizio d’ordine, con la pettorina rossa addosso

«Che stanno a fa’, papà?», chiede un bambino che abita proprio nel palazzo che si affaccia sulla scalinata di Acca Larentia. «Niente, andiamo via», risponde il padre, mentre un altro residente mostra un certo sdegno. «Siamo sequestrati da tre giorni – dice – È tutto insopportabile, come questa croce celtica disegnata sulla pavimentazione».

«Simbolo fascista? Siete degli analfabeti: quella croce è segno della religione cattolica», spiega Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura a Montecitorio, alle 10 di mattina, ore prima della commemorazione delle 18. Il deputato di Fratelli d’Italia, insieme a Rampelli e al presidente della regione Lazio Francesco Rocca, ha infatti presenziato alla cerimonia istituzionale in memoria dei militanti uccisi nel ’78. Sviate le domande dei cronisti su una eventuale “condanna” della liturgia del «presente».

«Non cado nelle provocazione», dice il governatore Rocca. Nessuna risposta sul paventato sgombero di Casapound. «Cosa c’entra?», si domanda sempre Mollicone che, nel frattempo, auspica che il Campidoglio intitoli una strada della Capitale ai tre caduti e chiede un’informativa al ministro Piantedosi sul tema delle aggressioni ai membri di Gioventù nazionale. «Cosa c’entra Casapound?», continua.

Di Casapound, alla liturgia col saluto romano, sono presenti come detto diversi esponenti. Molti di loro fanno parte delle trentuno persone per cui la procura di piazzale Clodio ha chiesto il rinvio a giudizio per la commemorazione del 2024. Ma anche di coloro che sono stati condannati dalla Corte d’appello di Milano per la manifestazione fascista del 29 aprile 2018 in memoria di Sergio Ramelli, l’esponente del Fronte della Gioventù ucciso da Avanguardia Operaia nel ’75. Per la procuratrice Olimpia Bossi «queste manifestazioni con centinaia di persone, schierate come formazioni paramilitari, non sono meramente commemorative, ma rappresentano un pericolo per l'ordinamento costituzionale». Relegato in un angolo c’è anche Vincenzo Segneri: racconta di essere sopravvissuto «alla strage di Acca Larentia», distribuisce il suo libro sui fatti del 7 gennaio, anche se gli è stato intimato di non farlo di fronte alla sede.

«Presente, presente, presente», gridano i militanti. Anche su questa commemorazione potrebbe venire aperto un fascicolo di indagine, così com’è stato pure per i fatti dell’anno scorso. Il messaggio della premier Giorgia Meloni intanto non si fa attendere: «L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale. Quando il dissenso diventa aggressione, la democrazia perde».

Il buio cala, i militanti tornano a casa, e, mentre la Cgil fa sapere di aver trovato 5 proiettili nella sede di Primavalle, in via Acca Larentia risuona una voce di donna: «Viva l’Italia antifascista». Le luci dei palazzoni che cingono la strada si accendono di nuovo. 

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