Anche se loro sentono l’Hiv o altre malattie come qualcosa di molto lontano, i dati epidemiologici più recenti mostrano che, anche nei paesi europei, il rischio di contagio è concreto anche tra i più giovani. Bisogna tornare a parlare di prevenzione
Per molti adolescenti l’Hiv e le malattie sessualmente trasmissibili sono qualcosa di distante da loro: qualcosa che riguarda generazioni passate, realtà sbiadite di difficile collocazione nel presente.
È una percezione comprensibile, ma fuorviante. I dati epidemiologici più recenti mostrano che, anche nei paesi europei, il rischio di contagio è concreto anche tra i più giovani.
Secondo l’ultimo report dell’European Centre for Disease Prevention and Control, in Europa le diagnosi di gonorrea e sifilide sono in aumento (rispettivamente +31 per cento e +14 per cento in un anno) e la clamidia continua a rappresentare l’infezione più frequentemente notificata, con un’incidenza particolarmente elevata nelle donne tra i 20 ed i 24 anni. Sebbene in Italia i casi di contagio da Hiv siano in discesa tra 2023 ed 2024 (secondo i dati riportati dal report europeo), a livello globale Unaids segnala che una quota rilevante delle nuove infezioni da Hiv riguarda ancora adolescenti e giovani adulti, con un divario di genere che colpisce soprattutto ragazze e giovani donne.
Perché gli adolescenti sono a rischio?
L’adolescenza è una fase di sperimentazione sessuale, di relazioni brevi e di difficoltà nell’uso regolare del preservativo. Questi elementi si intrecciano con un sistema informativo forgiato, in buona parte, da social network e pornografia, i quali funzionano spesso da educazione sessuale informale e veicolano modelli irrealistici che minimizzano i rischi.
In questo contesto, l’idea che “oggi si cura tutto” contribuisce ad abbassare ulteriormente la soglia di attenzione. Inoltre, molte malattia sessualmente trasmissibili decorrono in modo asintomatico, favorendo una diffusione silenziosa e ritardando la diagnosi. Le conseguenze non sono marginali: infezioni non trattate possono incidere anche sulla fertilità e, nel lungo periodo, sulla salute riproduttiva.
Perché tornare a parlare di prevenzione?
Sul piano della prevenzione, le evidenze sono consolidate. Il preservativo resta lo strumento più efficace per ridurre la trasmissione di Hiv e di molte malattie sessualmente trasmissibili, ma la sua efficacia dipende dall’uso corretto e costante. Il secondo pilastro sono i test: screening regolari, che consentono diagnosi precoci e interrompono le catene di contagio. Eppure, per molti adolescenti l’accesso ai servizi resta ostacolato da stigma, timori sulla riservatezza e difficoltà logistiche.
Le revisioni scientifiche più recenti indicano che, proprio tra i giovani, persistono barriere importanti legate all’accesso e alla paura di essere etichettati. Da qui la necessità di servizi sanitari dedicati, capaci di coniugare competenza clinica e ascolto. La salute sessuale adolescenziale non è una questione morale, ma una questione politica e sanitaria. Educazione basata su prove scientifiche, accesso ai consultori, test gratuiti, vaccinazioni contro Hpv: sono strumenti noti, ma ancora distribuiti in modo diseguale. Continuare a considerare l’educazione sessuale e le politiche di prevenzione come opzionali significa accettare che il rischio resti concentrato proprio sui nostri ragazzi.
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