«Violenze fisiche non ne ho subite, le riservavano alle persone che sospettavano di aver commesso qualcosa, mentre le violenze psicologiche sì, lo stesso fatto di non sapere quando sarebbe finita… e di non poter avere assistenza legale». Alberto Trentini racconta i giorni di prigionia in Venezuela, intervistato ieri sera da Fabio Fazio in tv. La reclusione, le torture psicologiche, la famiglia a distanza in continua lotta per la sua liberazione. C’è tutto questo nelle parole del cooperante italiano.

 «La cella Rodeo 1 - ma ne ho cambiate molte - erano tutte due metri per quattro con una turca che faceva anche da doccia, eravamo in due in cella. I cambi di cella non erano mai giustificati, come nessun'altra azione del resto: venivano, ti dicevano di vestirti, di prendere le tue poche cose e ti cambiavano di cella», continua Trentini che in Venezuela ha scontato 423 giorni di detenzione. «Le condizioni di prigionia erano molto molto dure. Avevamo l'acqua per farci la doccia e per la latrina due volte al giorno, a orari sempre differenti. Non c'era nessuna opportunità di svago, pochissimi libri. Mi avevano sequestrato gli occhiali quindi ero in difficoltà. Ne ho recuperato un paio di fortuna che mi permettevano per lo meno di vedere la faccia della persona con cui magari interagivo oppure di giocare a scacchi.

Gli scacchi sono stati un regalo, che ho ricevuto da dei ragazzi colombiani, che mi hanno regalato questa scacchiera con tutte le pedine, fatta con carta igienica, sapone, e magari quelle nere col caffè… questo è stato il più bel regalo perché mi permetteva di giocare, l'ora d'aria, dopo il primo mese che loro chiamano di "adattamento" ma che in realtà è per sottometterti, abbiamo cominciato ad avere un'ora d'aria la settimana, poi due, poi tre, fino a quando sono diventate cinque: cinque ore d'aria, cinque giorni alla settimana».

E' stato anche sottoposto ad un interrogatorio con la macchina della verità: «Mi hanno trasportato in una bella casa di Caracas dove sono stato delle ore in attesa, poi mi hanno portato in una stanza molto calda, dove il funzionario mi ha spiegato il funzionamento, mi ha cominciato a fare delle domande insistendo molto sul terrorismo, sullo spionaggio, sul fatto che sono laureato in storia, ha provato a dirmi che il servizio militare in Italia è obbligatorio quindi sicuramente lo avevo fatto, io gli ho spiegato che non è più obbligatorio… abbiamo avuto un dialogo a volte cordiale a volte meno e poi è iniziata questa sessione con la macchina della verità.

Sono 12 domande, tre gruppi da quattro, tre sono domande che ti possono incriminare tipo: "sei venuto in Venezuela per rovesciare il regime?" e poi c'è una domanda alla quale devi mentire e lo concordi con l'intervistatore, per esempio: "Hai mai litigato con tuo padre?" e io dovevo dire "no". Io gli ho chiesto se poteva farmi domande meno ovvie.. e In sostanza faceva di tutto per farmi sbagliare, e poi era molto caldo, sudavo, hai dei sensori ai polpastrelli e sul collo…».

Trentini ricorda anche l'esperienza della Pesera: «La Pesera - la Vasca - sarebbe come l'acquario più che una vasca. Era una stanza con un vetro, dove tu non vedi quello che succede fuori, però quelli che sono fuori vedono te. E in questa stanza sono rimasto 10 giorni, è situata nel quartiere generale del controspionaggio militare. È stato nella fase iniziale. Prima del Rodeo. Cosa si fa in questa vasca? Niente, si sta seduti immobili tutto il giorno su una sedia dalle 6 di mattina alle 9 di sera. Riesci a sussurrare anche qualcosa, ma se ti sentono si arrabbiano. Con l'aria condizionata al massimo, un potente impianto di aria condizionata al massimo. Ti danno un cibo tre volte al giorno, poco in questo caso, un po' d'acqua e la maggior parte del tempo si occupa facendo i turni per andare in bagno, perché la stanza era dotata solamente di un bagno. Lì quando sono arrivato eravamo in 20, quando me ne sono andato eravamo in 60. Eravamo in 60 e praticamente non c'era spazio solo per stare seduti. Sono stato lì 10 giorni, poi mi hanno trasferito al Rodeo. È crudeltà, però secondo me non hanno proprio le nozioni basiche rispetto ai diritti, rispetto alla dignità della persona, perché sembrava che fosse naturale per loro, non lo vivevano come una punizione per noi. Sei qui e quindi stai nella Pesera. Non ho altro posto dove metterti».

E ancora: «C'è chi dopo pochi giorni ha sviluppato una grandissima fede religiosa e quindi ci sono state sessioni anche di un'ora, di due ore di canti religiosi, soprattutto evangelici. Poi insomma c'era chi mentiva a scacchi, insomma un po' di un po' di tutto. Io potevo vedere il corridoio se inclinavo il viso, però era proibito vederlo tutto. Nel senso che quando uscivi dalla cella, immediatamente ti dovevano incappucciare per ordine del superiore. Quindi diventava ridicolo al punto che, non so… il giorno prima mi tagliavano i capelli perché li tagliavano ogni due settimane e ti rasavano a zero. Allora ovviamente non possono farlo con il cappuccio, quindi tu vedi il corridoio. Il giorno dopo ti cambiano di cella e vai in una cella che sta a cinque metri e per fare quel tragitto ti mettono il cappuccio in testa. Quindi a volte devo confessare che li prendevamo anche un po' in giro... C'erano pochissimi libri, erano veramente molto rari. Sono riuscito a leggerne un paio perché me li ha passati qualcuno che ce li aveva e li avevo chiesti più volte da un'altra cella. Ma erano veramente pochi, l'unico servizio efficiente nel Rodeo 1 è la cucina, nel senso che il cibo era di quantità sufficiente, magari un po' ripetitivo, soprattutto per lo più pollo, però mangiabile. Anzi, era una loro preoccupazione. Noi la sfruttavamo, per esempio se non ci portavano dal medico, dopo averlo chiesto 2, 3, 4, 5 volte, la soluzione era non cenare, non pranzare, allora cominciavano a preoccuparsi. Quindi anzi, ci sono persone che sono state punite anche duramente per aver fatto scioperi della fame. Era proprio una loro fissazione. E chi è stato mandato al famoso quarto piso, cioè al quarto piano dove c'erano delle celle simili alle nostre ma venivi obbligato a entrarci nudo, ammanettato e rimanere lì per giorni a dormire per terra. Questa era la punizione più frequente. Altrimenti molte persone sono state intubate, nel senso che sono state nutrite forzatamente attraverso l'esofago. Chi ho visto uscire da questo trattamento l'ho visto traumatizzato, non era la stessa persona almeno per i primi giorni. Molto molto duro».

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