Il tribunale di Napoli ha condannato Luigi Moccia a 21 anni di carcere, a 30 il fratello Antonio, a 24 Angelo. I boss, per anni residenti ai Parioli a Roma, presenti in aula: «Faremo appello»
Cinque giorni di camera di consiglio, un'aula protetta da un fitto cordone di polizia, 42 imputati, quasi cento udienze e quattro anni di processo. Un pool di avvocati di rango, uno degli imputati difeso, tra gli altri, dallo studio di Giulia Bongiorno, presidente della commissione giustizia del Senato, in quota Lega, mentre un politico locale pugliese difeso da Roberto Eustachio Sisto, il figlio ddi Francesco Paolo Sisto, ora impegnato unicamente come sottosegretario alla Giustizia.
A Napoli, poche ore fa, è stata scritta una pagina storica nel contrasto alla camorra, la settima sezione del tribunale partenopeo, presieduta da Raffaele Donnarumma, ha condannato i vertici del clan Moccia riconoscendo l'associazione camorristica. Luigi Moccia è stato condannato a 21 anni, i fratelli Antonio e Angelo, a 30 e 24 anni. Una sentenza storica perché è il racconto di anni di dominio, di una strategia dissociativa volta a dissimulare il potere criminale. Si scrive Napoli e si legge Roma, Italia. Uno dei clan più importanti del paese, in grado di vincere una guerra ed elevarsi a imprenditoria criminale, ignorato per anni. Di più creduto dissolto, finito, grazie al contributo anche di giudici e pm che avevano ritenuto quella storia archiviata per sempre. L'hanno pensata diversamente due donne, due pm, Ida Teresi e Ivana Fulco, che hanno ricostruito gli ultimi anni di impero criminale.
Secondo la procura comandavano ancora loro, da Napoli a Roma e si sono inseriti nei settori produttivi più importanti del paese: petrolio, appalti pubblici, settore ferroviario e delle grandi opere. Questo giornale aveva raccontato con alcune fotografie questa rete criminale, i partecipanti al matrimonio della figlia di Angelo Moccia. Roma, anno 2017, piazza di San Lorenzo in Lucina. A omaggiare i padrini imprenditori in affari con le grandi partecipate pubbliche.
Ora anche il tribunale conferma: i Moccia sono padrini di camorra e non si sono mai ritirati. Un processo che ha vissuto ripetuti stop, che ha visto per decorrezna dei termini la scarcerazione dei principali imputati, ma che ora è arrivato a sentenza. Adesso la partita si sposta in secondo grado, gli imputati faranno appello. «Non è finita, faremo appello», dicono Luigi Moccia e il fratello Antonio. Giudicano barzellette le parole di un collaboratore di giustizia, Cosimo Nicolì, detto Mamma chiatta, che aveva raccontato dell’intenzione di Michele Senese di uccidere Antonio Moccia. «Questo pentito è un mezzo ubriacone».
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