«Due mondi, solo apparentemente distanti, che entrano in connessione per un unico obiettivo: abbattimento dei costi e massimizzazione dei profitti attraverso l’elusione di norme penali giuslavoristiche», scrive il pm della procura di Milano, Paolo Storari, riferendosi da un lato al «mondo del lusso» e dall'altro a «quello dei laboratori cinesi», a cui i grandi marchi avrebbero «subappaltato la produzione di capi d’abbigliamento».

Parole che il magistrato meneghino mette nero su bianco nel provvedimento con cui ieri ha disposto il controllo giudiziario di due grandi aziende: Dama, titolare del marchio Paul & Shark e già coinvolta nell’inchiesta dei camici durante l'emergenza Covid, e Aspesi. Entrambe sono indagate per caporalato. «Hanno adottato – scrive Storari – una politica di impresa che accetta lo sfruttamento dei lavoratori come modalità di produzione (con conseguente risparmio sul costo del lavoro) e nella deliberata mancanza di modelli organizzativi idonee a garantire che si verifichino le situazioni di sfruttamento».

Tra gli indagati ci sono, oltre a cittadini di origine cinese, anche Francesco Umile Chiappetta, presidente del Cda di Aspesi, nonché Andrea Dini, amministratore delegato di Dama spa, cognato del governatore della Lombardia e con lui prosciolto a maggio 2022 per la vicenda riguardante la centrale Acquisti della Regione che aveva ordinato camici per 513mila euro proprio alla Dama spa, il cui 10 per cento è detenuto dalla moglie di Attilio Fontana attraverso una srl. «Mio cognato – ha detto Fontana – dimostrerà la sua innocenza come ha fatto in precedenti episodi in cui è stato coinvolto. Mi chiedo – ha continuato il leghista – la strumentalità della domanda e dell’abbinamento del mio nome con il suo, che è titolare dell’azienda nella quale io non ho alcuna parte».

Per il pm tuttavia ci sarebbero pochi dubbi. «Pare francamente difficile escludere il dolo – si legge negli atti – delle figure apicali di Dama spa, Andrea Dini, e di Francesco Umile Chiappetta, presidente del Cda di Alberto Aspesi spa». In un passaggio del provvedimento di Storari emerge appunto che dalle indagini «si è disvelata una prassi illecita» in capo a Dama e ad Aspesi. «Pratica così radicata e collaudata da poter essere considerata inserita in una più ampia politica d’impresa diretta all’aumento del business». Ancora. «Le condotte investigate – scrive il pubblico ministero – non paiono frutto di iniziative estemporanee e isolate di singoli, ma di una illecita politica di impresa».

Politiche che dunque avrebbero chiuso un occhio sulla condizione dei lavoratori della propria filiera produttiva: uomini e donne in servizio «7 giorni alla settimana, con orario dalle 8.00 alle 22.00, in palese e reiterata violazione della normativa in materia di orario di lavoro, periodi di riposo, riposo settimanale e retribuzioni in palese contrasto con la contrattazione collettiva nonché con la soglia costituzionale». È emerso che se un capo «alla produzione costa 107 euro, viene venduto a un prezzo di 1.945 euro».

Ora, conclude il pm, si «tratta di rimuovere quelle "situazioni tossiche" che hanno creato l'humus favorevole perché una filiera produttiva ampiamente rinomata sul mercato si trasformasse in un ambiente ad elevato tasso di illegalità, non potendosi certo pensare che il quadro delineato possa essere spiegato "facendo esclusivamente riferimento alla personalità perverso di singole persone"». L’inchiesta è aperta.

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