Il cardinale Matteo Zuppi, aprendo lunedì 25 maggio i lavori dell’assemblea generale della Cei che si tiene in Vaticano fino al 28 maggio, è tornato a parlare della situazione della giustizia nel nostro paese all’indomani del referendum che ha visto la netta sconfitta del governo. Il presidente dei vescovi italiani ha espresso l’auspicio che il tema venga affrontato con uno spirito costituente evitando contrapposizioni ideologiche. Zuppi ha evitato accenti polemici e ha fatto, ancora una volta, un richiamo esplicito alla Costituzione.

«Il recente referendum sulla giustizia – ha detto infatti l’arcivescovo di Bologna – ha consegnato al paese un risultato che ci sembra rappresentare un invito, rivolto a tutti, a riaprire con serietà e nel rispetto delle istituzioni la domanda essenziale: quale giustizia vogliamo costruire? Una giustizia credibile ha bisogno di tempi ragionevoli, decisioni prevedibili, norme chiare, istituzioni rispettate e persone responsabili». 

Rileggere la Costituzione

Quindi è seguito il richiamo alla nostra Carta fondamentale: «La Costituzione ci ricorda che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. È una pagina che non abbiamo ancora finito di leggere. Il sovraffollamento carcerario, la condizione di chi è detenuto e di chi opera negli istituti di pena, il dolore delle vittime, le attese delle famiglie, il bisogno di responsabilità e di riparazione chiedono un confronto ampio, competente e non ideologico».

La giustizia, ha detto ancora il cardinale, «non può essere indifferenza verso il male compiuto, ma non può nemmeno rinunciare alla possibilità di un futuro per chi ha sbagliato. Essa deve democratica verità, responsabilità, sicurezza, certezza della pena, riparazione e dignità: è questo il modo migliore per rispondere anche al dolore delle vittime».

In tal senso è dunque auspicabile «che si apra un dialogo serio e non ideologico, un metodo che abbia qualcosa dello spirito costituente, perché solo un confronto largo, paziente e plurale può rendere onore alla complessità della materia».

La critica a quelle forze e personalità che nell’esecutivo avevano spinto sull’acceleratore della riforma voluta da una parte sola del Parlamento, per ottenere un risultato non condiviso su una questione nevralgica per il futuro del paese è stata, nelle parole del capo dei vescovi, tenuta su un piano implicito, provando in tal modo ad allontanare le polemiche politiche.

E proprio in riferimento agli attacchi ricevuti in merito ai pronunciamenti compiuti prima de referendum, l’arcivescovo ha precisato come «più volte, con libera e accorata insistenza – che solo il pregiudizio o un’ignoranza strumentale possono fraintendere – abbiamo ribadito che, per le riforme che riguardano l’architettura fondamentale della vita del paese, è necessario un clima costituente, capace di coinvolgere il più possibile le forze politiche e la società civile».

Non ospiti provvisori

D’altro canto, lo scorso 9 maggio, Avvenire, il quotidiano della Cei, ricordava come «In un mese gli ospiti nei 189 istituti di pena sono aumentati di 439 unità superando quota 64mila, a fronte di una disponibilità effettiva di 46.318 posti: il tasso di sovraffollamento ha raggiunto, in aprile, il 139,1 per cento con 73 strutture che registrano presenze oltre il 150 per cento. 3.000 in più rispetto al 2024”. Una situazione esplosiva, quella denunciata, che rischia di provocare sempre nuovi scoppi di violenza.

A corollario di questo aspetto della situazione sociale del paese, inoltre, il cardinale ha descritto un quadro complessivo tutt’altro che semplice: «Nelle ultime settimane», ha infatti proseguito Zuppi nel suo ragionamento, «le cronache ci hanno consegnato immagini drammatiche: morti sul lavoro; violenza nei confronti di docenti, operatori sanitari, persone nella propria professione. Li ricordiamo tutti e di tutti sentiamo la ferita e la sofferenza, per chi è colpito, per i familiari, per tutta la comunità. Una tragedia immane che unisce destini di italiani e stranieri. Questi ultimi sono una parte non piccola della ricchezza del paese. Non sono ospiti provvisori della nostra umanità».

In tal senso, il presidente della Cei ha voluto ricordare «uno di loro, Sako Bakari, veniva dal Mali, aveva 35 anni e faceva il bracciante a Taranto. Il 9 maggio scorso è stato colpito a morte da un gruppo di giovanissimi, vittima di una violenza gratuita che lascia attoniti». «Quando mancano relazioni significative», ha aggiunto Zuppi, «punti di riferimento, senso del limite, quando non si riceve amore disinteressato e non sii riesce a dare un senso alla propria vita, si cerca forza nel gruppo, nel dominio sull’altro, nell’umiliazione del più debole». E se per molti anni, è stata la denuncia del presidente della Cei, «il linguaggio pubblico alimenta sospetto e disprezzo verso chi è straniero o vulnerabile, allora la violenza trova un terreno ancora più fertile».

Importante, infine, il richiamo del cardinale a quanti s’impegnano nelle lotta per la pace anche a costo di subire violenze e soprusi: «Ringrazio quanti, pagando anche di persona con ricatti, soprusi e violenze, manifestano concreta solidarietà nell’enorme sofferenza dei popoli colpiti da volenze e guerre».

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