Il cardinale, aprendo i lavori del Consiglio episcopale permanente, ha invitato i cittadini a recarsi alle urne, poi, pur non schierando i vescovi sul fronte del Sì o del No, ha sottolineato che «c’è un equilibrio tra poteri dello stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare». Difficile che il governo Meloni abbia gradito
I padri costituenti ci hanno lasciato in eredità un equilibrio fa poteri dello stato che è un dovere preservare. Si è espresso in questi termini, il cardinale Matteo Zuppi, aprendo i lavori del Consiglio episcopale permanente nel pomeriggio di lunedì 26 gennaio. Al centro della sua riflessione il referendum sulla riforma della giustizia.
«Tra circa due mesi, il 22 e 23 marzo – ha ricordato li cardinale – gli italiani saranno chiamati a esprimersi sul referendum costituzionale sulla giustizia. La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti».
Autonomia e indipendenza
Quella di Zuppi, e non poteva essere altrimenti, non è un’indicazione di voto, piuttosto un invito a recarsi alle urne. Anche se il presidente della Cei non rinuncia a un commento nel merito della questione: «C’è un equilibrio tra poteri dello stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare. Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti».
Una presa di posizione che, pur nell’attenzione a non voler schierar l’episcopato nettamente per il Sì o il No, rappresenta un evidente pronunciamento a favore dell’attuale assetto costituzionale, dei suoi equilibri e valori.
A preoccupare l’arcivescovo di Bologna è comunque il rischio di sprecare questa importante occasione di partecipazione alla vita civile e democratica del paese: «In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione. Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro paese. Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo aver informato e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali. L’augurio è che continui, anche dopo il referendum, l’attenzione sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre di molte difficoltà».
«Su questi temi, come su tutti gli altri che interessano la nostra convivenza – ha aggiunto il cardinale – ci auguriamo che sia sempre vivo un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca del massimo consenso possibile attorno a soluzioni di bene».
Parole non solo formali, considerato che l’attuale riforma costituzionale sulla giustizia, oggetto del referendum, è andata avanti a colpi di maggioranza, senza che venisse aperto un confronto con le opposizioni.
Cure palliative
Fra i temi toccati da Zuppi nel corso del suo intervento, anche la discussione sul «fine vita». «Torniamo a esprimere forte preoccupazione rispetto al dibattito sulla fine vita – ha detto il porporato – ripetiamo, come già fatto in diverse occasioni, che la dignità umana non si misura sulla sua efficienza né sulla sua utilità».
«La vita ha un valore, sempre, nonostante la malattia, la fragilità, il limite», ha ribadito il cardinale: «La risposta alla sofferenza non è offrire la morte, ma garantire forme di sostegno sociale, di assistenza sanitaria e sociosanitaria domiciliare continuativa, affinché il malato non si senta solo e le famiglie possano essere sostenute e accompagnate».
Fra queste le cure palliative, che vanno garantite a tutti, «senza distinzioni sociali e geografiche, mentre ancora non sono applicate come stabilito. Rappresentano un vero antidoto alle logiche che contemplano il suicidio assistito o l’eutanasia come opzioni percorribili».
Su un piano generale, il cardinale ha utilizzato l’ultimo rapporto del Censis per descrivere un’Italia che vive «nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco», notando come sia «diventato sempre più chiaro che nell’arena globale conta molto più che nel passato le pulsioni antropologiche profonde dei popoli e dei leader». Secondo il cardinale come chiesa e come società, «ritroveremo forza non andando a risparmio o isolandoci, ma proprio al contrario prendendoci noi cura delle ferite del prossimo! Soprattutto di chi è povero, debole o emarginato».
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