All’indomani della conferenza stampa di inizio anno della premier Giorgia Meloni, l’ong Mediterranea pubblica le sue domande alla presidente del Consiglio, tutte relative al caso Paragon. Durante l’incontro con la stampa Meloni è tornata due volte sul caso dello spyware israeliano, la prima richiamando la relazione del Copasir del 2025. La seconda quando è stata chiamata in causa dal direttore di Fanpage, Francesco Cancellato, tra i giornalisti spiati. Meloni non è, però, entrata nel merito e ha parlato di sé stessa «non ho trovato la vita scandagliata e buttata sui giornali, o i conti in banca spiati, o i fatti del padre morto 11 anni prima, o della situazione patrimoniale della madre, ho visto le mie». 

L’ong Mediterranea chiede innanzitutto se, nella “due diligence” condotta tra il governo e Paragon Solutions — che ha portato alla conferma della rescissione del contratto per “violazione della policy che vieta l’uso contro attivisti e giornalisti” — rientrino anche i casi degli attivisti dell’organizzazione, gli unici ufficialmente ammessi nella relazione del Copasir.

Mediterranea domanda poi «per quali ragioni il governo, per il tramite del sottosegretario Alfredo Mantovano, abbia deciso di colpire con il software militare Graphite attivisti già sottoposti dal 2019 e senza interruzioni a forme di sorveglianza da parte dei servizi italiani e stranieri», e come venga giustificato «un monitoraggio protratto per anni, nonostante la legge sulle intercettazioni preventive ne limiti l’uso a periodi brevi e circoscritti».

Un altro nodo riguarda la qualificazione degli attivisti come rischio per lo Stato: «Perché persone impegnate pubblicamente nella difesa dei diritti umani, attraverso un’associazione riconosciuta e legalmente registrata, vengono considerate una minaccia alla sicurezza nazionale?».

L’ong chiede inoltre se il governo possa dimostrare di aver rispettato la normativa che impone la distruzione del materiale raccolto attraverso intercettazioni preventive e se «i dossier prodotti dallo spionaggio siano stati condivisi con servizi di intelligence di altri Paesi», anche «nel quadro di accordi di cooperazione giudiziaria, inclusi eventuali contatti con soggetti riconducibili alle milizie libiche».

Infine Mediterranea domanda «se i dati raccolti siano tuttora nella disponibilità dei server di Paragon Solutions», che forniva il software in cloud attraverso due contratti con l’Italia. «Siamo certi che come ha fatto in conferenza stampa, non risponderà», scrive lo ong che sottolinea come le stesse domande sono state trasmesse anche alle Procure della Repubblica che stanno indagando sul caso.

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