Il 23 febbraio è il giorno in cui viene istituita la prima zona rossa nel Lodigiano e a Vo’ Euganeo. Nello stesso giorno, a Bergamo vengono diagnosticati i primi due casi. Ma la città e la Val Seriana non vengono chiuse. Così in due mesi, nella bergamasca, muoiono più di seimila persone
Il 23 febbraio 2020 è una data che ha cambiato per sempre il volto della Val Seriana, in provincia di Bergamo. È anche il giorno in cui scatta la prima zona rossa in dieci comuni del Lodigiano e a Vo’ Euganeo, in Veneto. Quel giorno, nella bergamasca, vengono diagnosticati i primi due casi di Sars-CoV-2: sono Ernesto Ravelli e Alfredo Criserà. Si parla già di un terzo, forse di un quarto caso. Sono tutti ricoverati all’ospedale “Pesenti Fenaroli” di Alzano Lombardo.
Il 23 febbraio 2020 in conferenza stampa l’assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera, comunica che in Lombardia i contagiati sono 112. Il presidente della Regione, Attilio Fontana, quel giorno dice che «non c’è un allarme definitivo». Gallera si dichiara «moderatamente fiducioso» e sostiene che «ci siano tutte le condizioni per poter rassicurare i cittadini».
Cinque giorni dopo, il 28 febbraio, regione Lombardia scrive a Protezione civile e alla presidenza del Consiglio chiedendo misure più “blande” per la bergamasca, pur sapendo che la situazione è già catastrofica, come documentato alla giunta per iscritto dalla Fondazione Kessler.
La Val Seriana non verrà mai chiusa. Il 2 marzo 2020 un verbale riservato del Comitato tecnico scientifico, pubblicato da Domani, mette nero su bianco la ragione del rinvio della zona rossa ad Alzano e Nembro: il costo «economico» e «politico». Parole messe a verbale dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Chiudere la Val Seriana significa fermare la culla industriale della Lombardia. La scelta si arena nell’incrocio tra poteri che esitano. La valle resta aperta e con lei il virus. In due mesi, nella bergamasca, muoiono di Covid più di seimila persone. Questi i fatti.
La domanda di giustizia
Sei anni dopo, la domanda è sempre la stessa: com’è possibile che lo Stato non sia ritenuto responsabile della tutela della salute dei cittadini? Com’è possibile che questa strage sia sparita dal dibattito pubblico, archiviata perché non produce consenso mentre chiama in causa responsabilità politiche? A tenere aperta la domanda di giustizia restano i familiari delle vittime, oltre 600, riuniti nell’Associazione #Sereniesempreuniti.
La novità di queste settimane non è una svolta: è un altro ostacolo. Il 29 gennaio, la Cassazione a sezioni unite ha stabilito che l’azione risarcitoria dei familiari, così come impostata contro governo e regione, non va trattata dal giudice civile ma dal giudice amministrativo. L’ordinanza colloca la domanda risarcitoria – fondata su violazioni di norme, anche sovranazionali, che hanno portato a omissioni e inefficienze nell’organizzazione e nella gestione della risposta alla pandemia – nella “giurisdizione esclusiva” del Tar, anche quando sono in gioco diritti fondamentali, se la pretesa riguarda scelte discrezionali di organizzazione del servizio pubblico.
È un cambio di terreno che, dopo anni, pesa come un macigno: più tempo, più fatica, più rischio di sfilacciamento. Ne è convinta anche l’avvocata Consuelo Locati, responsabile del team legale che rappresenta i familiari e che dice a Domani: «La negazione della sussistenza di obblighi istituzionali di adempimento di norme in materia di prevenzione e di tutela della salute – operata dalle sezioni unite della Cassazione – è un fatto gravissimo e rappresenta un’ulteriore lesione dei diritti dei famigliari in causa, tanto che contro questa pronuncia abbiamo depositato istanza di rinvio alla Corte di giustizia dell’Unione europea e alla Corte costituzionale e nei prossimi giorni depositeremo istanza di revocazione della pronuncia davanti alle sezioni unite della Cassazione».
Niente messa
All’indomani dell’ordinanza, il 3 febbraio, è arrivato anche un altro segnale che riduce lo spazio pubblico della memoria: è stata annullata la messa del 18 marzo a Roma, per la Giornata nazionale delle vittime del Covid, prevista nella Basilica papale di Santa Maria Maggiore. Lo stop è piombato all’improvviso dopo mesi di preparazione ed è stato comunicato dalla Fondazione Età Grande, presieduta da monsignor Vincenzo Paglia, con la giustificazione di «motivi istituzionali» e senza condivisione con i familiari.
Non serve cercare retroscena, basta leggere la sequenza. Giustizia più distante, memoria più fragile. È così che una strage smette di essere un fatto collettivo. Se la memoria viene rimossa, la responsabilità diventa negoziabile. Qui c’è un principio: la tutela della salute pubblica non è discrezionale, è un dovere. Se passa l’idea che, davanti a una pandemia, lo Stato possa rifugiarsi nella parola «discrezionalità», allora il diritto alla tutela diventa postumo, incerto, procedurale. E il precedente che costruiamo oggi decide come verrà gestita la prossima emergenza. Sanitaria, ambientale, industriale.
La giustizia non è vendetta, è prevenzione. Ed è anche l’unico modo per non ripetere gli stessi errori. A Bergamo lo Stato aveva l’obbligo di proteggere i cittadini e ha fallito. Su quanto, come e chi lo stabiliranno i tribunali. Ma la domanda sulle responsabilità politiche di una tragedia non può essere archiviata, perché riguarda tutti noi e il nostro futuro.
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