«La salute non è una variabile dipendente dall’ordine pubblico». I professionisti della salute per la tutela delle persone migranti hanno risposto così alla circolare del ministero dell’Interno inviata alle prefetture il 20 gennaio. «Un medico che accetta di ritardare o formalizzare una visita di idoneità senza i tempi e gli strumenti necessari abdica alla propria missione professionale e si espone a precise responsabilità deontologiche e legali».

Il documento del Viminale mira ad aumentare la capienza dei Centri di permanenza per il rimpatrio e a facilitare le espulsioni. Per fare ciò ha dato indicazioni per ritardare la visita medica volta a valutare l’idoneità della persona al trattenimento nei centri di detenzione amministrativa. 

A partire dalla denuncia lanciata da avvocati e medici, la deputata di Alleanza Verdi e Sinistra Francesca Ghirra ha depositato un’interrogazione per avere informazioni su come i ministri dell’Interno e della Salute intendano assicurare il rispetto dei principi costituzionali di tutela alla salute, il codice di deontologia medica e i parametri di sanità pubblica, «evitando che siano subordinate ad obiettivi meramente securitari o di efficacia procedurale». La deputata ha chiesto inoltre ai ministri conto di quali garanzie concrete mettano in campo per assicurare che la certificazione di idoneità venga svolta prima dell’effettivo ingresso nei Cpr. 

L’appello

La visita è prevista dalla direttiva ministeriale Lamorgese del 2022 all’articolo 3, con l’obiettivo di accertare «l’assenza di patologie evidenti che rendano incompatibile l’ingresso e la permanenza del medesimo nella struttura, quali malattie infettive contagiose e pericolose per la comunità, disturbi psichiatrici, patologie acute o cronico degenerative che non possano ricevere le cure adeguate in comunità ristrette». 

Ritardare la visita anche dopo l’ingresso nei Cpr ed effettuarla entro le 24 ore dal trattenimento, rappresenta «una sfida al Codice deontologico e alla tutela della salute», fanno notare i professionisti in un appello rivolto agli ordini dei medici e alla Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri, alle realtà scientifiche, sociali e istituzionali di tutela delle persone migranti e delle persone in detenzione, e in particolare al Garante nazionale delle persone private della libertà personale.

A firmare l’iniziativa i rappresentanti di diverse realtà della società civile che, a vario titolo, si occupano della tutela dei diritti delle persone in movimento: Vittorio Agnoletto, membro del direttivo di Medicina Democratica, Nicola Cocco, infettivologo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, Antonello D’Elia, presidente di Psichiatria Democratica, Salvatore Fachile, avvocato di Asgi, Gavino Maciocco, coordinatore e direttore editoriale di Saluteinternazionale.info, Monica Minardi, presidente di Medici Senza Frontiere Italia e Chiara Montaldo, Head of Medical Unit di Msf Italia.

La visita medica

«La visita medica è un atto preventivo inderogabile e non un ostacolo burocratico da snellire», si ricorda, per questo «clinicamente e legalmente» la valutazione «deve essere preventiva all’ingresso in comunità ristretta per identificare vulnerabilità (psichiatriche, infettive o croniche) che l’ambiente del Cpr aggraverebbe». Se la visita viene effettuata in ritardo porta a «esporre sia il trattenuto sia la comunità (incluso il personale medico e di polizia) a rischi sanitari elevati, come focolai infettivi o eventi critici (suicidi, autolesionismo)». 

L’appello ricorda poi che il medico «non deve rispondere alle circolari prefettizie», ma al codice deontologico, come sancisce l’articolo 32 della Costituzione e lo stesso codice che impongono «di operare in autonomia per la tutela della vita e della salute». 

Non solo. Gli esperti sottolineano come la circolare sia in contrasto con la giurisprudenza recente e, nello specifico, con la decisione del Consiglio di stato che nel 2025 ha annullato parti dei capitolati dall’appalto dei Cpr «proprio per l’inadeguatezza degli standard sanitari e della prevenzione del rischio suicidario. Una circolare che indebolisce ulteriormente i controlli medici preventivi è in contrasto con le istanze di tale sentenza».

Protocolli con i serd

La circolare del Viminale sollecita inoltre i protocolli con i SerD, il servizio per le dipendenze, al fine di «facilitare il trattenimento di persone “tossicodipendenti”». Ma, ricordano gli esperti, i Cpr non hanno i requisiti per una presa in carico dei pazienti con disturbo da uso di sostanze: «Tali situazioni rientrano quindi tra i criteri di inidoneità sanciti dall’articolo 3 della direttiva del ministero dell’Interno del 19 maggio 2022 per queste ragioni». 

L’inidoneità è di principio: «Il Cpr – ricordano – è una struttura di detenzione amministrativa priva di finalità terapeutiche e riabilitative, il trattenimento di un soggetto con Dus (disturbo da uso di sostanze, ndr) attivo contrasta con il diritto costituzionale alla cura». Spesso l’esistenza dei protocolli SerD si traduce in «una mera terapia sostitutiva o farmacologica per il controllo dei sintomi astinenziali, senza una reale presa in carico».

Nei centri come quelli di detenzione amministrativa, strutture di privazione della libertà, la presenza di soggetti con problemi di salute mentale legati alle dipendenze «aumenta notevolmente il rischio di atti autolesivi e di suicidio».

Per le persone con Dus, la deontologia impone la presa in carico da parte dei servizi territoriali, «non il trattenimento», fanno notare i firmatari, «perché è l’unica via per garantire la sicurezza del paziente e l’efficacia del trattamento, che il regime detentivo del Cpr rende tecnicamente impossibili». I ministri riconoscono l’incompatibilità strutturale del trattenimento di persone con Dus? Lo chiede Ghirra nell’interrogazione.

Raccomandazioni

Questi motivi portano gli esperti a ribadire che le valutazioni di idoneità al trattenimento devono essere eseguite prima del trattenimento. Il ritardo nelle visite, oltre alla mancanza di mediatori culturali, «impedisce una corretta diagnosi, rendendo nulla la valenza della certificazione». Si chiede poi una pronuncia urgente che ribadisca «l’obbligo per ogni medico di non sottostare a indicazioni che limitino l’efficacia dell’accertamento sanitario». 

C’è poi un rischio, conclude l’appello: «Che la citata circolare venga usata per aggirare il parere medico per scopi unicamente securitari». 

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