Le famiglie delle vittime e dei dispersi della strage di Cutro continuano a vivere nell’attesa di risposte. Delle circa 180 persone salpate dalla Turchia a bordo del caicco Summer Love per raggiungere l’Italia, almeno 94 sono morte a poche centinaia di metri dalla costa calabrese il 26 febbraio 2023. Trentacinque erano minorenni e la maggioranza di loro aveva meno di 14 anni.

Tra i sopravvissuti che su quella barca hanno visto annegare parenti e compagni di viaggio c’è anche una madre che ha perso la figlia neonata senza mai ritrovarne il corpo. Nonostante le promesse delle istituzioni, si attendono da quasi tre anni chiarimenti sul mancato intervento dei soccorsi in mare.

A perdere un proprio familiare nel Mediterraneo quella notte è stata anche Zahra Barati. Suo fratello Sajad aveva 23 anni e stava provando a raggiungerla. «Anche se sono passati anni da questo disastro, sembra che sia successo solo ieri. Non siamo mai riusciti a tornare psicologicamente ed emotivamente alla vita che avevamo prima», dice Zahra, che si è traferita in Finlandia con il marito dopo essere fuggita dall’Iran, dove si era rifugiata da bambina insieme alla sua famiglia originaria dell’Afghanistan. Da anni sta tentando di ricongiungersi con i genitori, che vivono ancora in Iran in circostanze drammatiche. «Il loro desiderio più grande è quello di poter venire, anche solo una volta, a visitare la tomba di mio fratello, ma purtroppo le condizioni non lo rendono possibile».

Promesse tradite

Nel 2023, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha invitato le famiglie delle vittime e i sopravvissuti a Palazzo Chigi. Durante l’incontro Zahra e gli altri parenti avevano chiesto che venissero accertati tutti i responsabili del naufragio e il governo si era impegnato a favorire il ricongiungimento dei familiari delle vittime in Europa dai paesi di seconda o terza accoglienza come l’Iran, il Pakistan e la Turchia. Le liste dei nominativi erano state raccolte, ma l’impegno assunto dal governo non ha avuto seguito.

«Finora non ci sono state notizie e non è stato fatto nulla. Abbiamo la sensazione che queste promesse siano state fatte principalmente per ingannare le persone e mettere a tacere le proteste dell’opinione pubblica in quel momento», osserva Zahra.

Il processo

Nel 2024 ha scritto una lettera alla presidente Meloni per sollecitare l’intervento delle istituzioni, ma senza ricevere riscontro. Nel processo penale che sarebbe dovuto iniziare il 14 gennaio, sei ufficiali della Guardia costiera e della Guardia di finanza sono accusati di naufragio colposo e di omicidio colposo plurimo.

La Procura di Crotone indaga sul ritardo nell’attivazione delle operazioni di ricerca e soccorso nei confronti delle persone a bordo del caicco che tra il 25 e il 26 febbraio si trovava in prossimità della spiaggia di Steccato di Cutro. Solo all’alba del 26 febbraio l’imbarcazione è stata raggiunta dalle motovedette della Guardia costiera, diverse ore dopo l’avvio dell’operazione di polizia, ovvero di pattugliamento per il contrasto all’immigrazione clandestina, coordinata dalla Guardia di finanza.

Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, Sos Humanity e Sos Méditerranée si sono costituite parte civile nel processo per supportare le famiglie delle vittime nella loro ricerca della verità. Secondo le organizzazioni, i ritardi delle autorità nelle attività di soccorso in mare sono numerosi e hanno provocato varie stragi evitabili: «Pertanto – sostengono le ong – il giudizio non può fermarsi ai funzionari di grado inferiore e ogni decisione, anche quelle delle autorità superiori, deve essere presa in considerazione risalendo la catena di comando».

La battaglia delle famiglie

Negli ultimi due anni, come molti altri parenti e superstiti, Zahra e il marito sono tornati a Cutro per commemorare le vittime e chiedere giustizia. L’associazione Sabir e la Rete 26 febbraio continuano a battersi per loro, per i dispersi e per le cinque vittime ancora non identificate. I riconoscimenti infatti sono complessi, nonostante il diritto internazionale lo preveda e una risoluzione del Parlamento europeo del 2021 chieda di creare una banca dati comune per favorire i ricongiungimenti tra i corpi dei migranti e chi denuncia una scomparsa.

Per Zahra, che è riuscita a seppellire la salma di suo fratello a Helsinki, fare chiarezza su come si sono svolti gli eventi del naufragio e permettere alle famiglie delle vittime di ritrovarsi rappresenta una necessità per affrontare il lutto: «Siamo in contatto con alcune di loro, ci monitoriamo a vicenda e condividiamo aggiornamenti sulla situazione. Con tutte le nostre forze, non smetteremo di lottare per vedere realizzati i desideri di coloro che abbiamo perso».

Mentre racconta, il pensiero torna sempre al 26 febbraio 2023: «Da quel giorno l’unico evento positivo nella vita della nostra famiglia è l’arrivo di nostro figlio. È nato dopo la tragedia e trascorrendo del tempo con lui cerchiamo di affrontare lo stress, l’ansia e la pressione psicologica con cui continuiamo a convivere».

© Riproduzione riservata