Troppo poco, troppo tardi. Così la famiglia di Narges Mohammadi aveva reagito alla notizia che soltanto venerdì la premio Nobel iraniana sia stata trasferita dalla prigione in cui il regime la deteneva fino a un ospedale locale: una mossa «last minute», nel momento in cui la difensora dei diritti umani rischia gravemente la propria vita.

Una biografia in nome dei diritti

Narges Mohammadi è laureata in fisica ma ha ben presto messo da parte la scienza per dedicare la sua vita alla difesa dei diritti. Già quando era all’universittà, si è battuta per i diritti delle donne e ha subìto degli arresti.

Ventitré anni fa,Mohammadi è entrata nel Centro dei difensori dei diritti umani guidato da un’altra premio Nobel, Shirin Ebadi, e quattordici anni fa ne ha anche assunto la vicepresidenza. 

Nel 2023, quando Narges Mohammadi ha ricevuto il premio Nobel per la pace, la giuria ha motivato la scelta ripercorrendo «gli oltre vent’anni di lotte per i diritti delle donne che la hanno resa un simbolo di libertà e una esemplare battagliera contro la teocrazia iraniana». Nella sua attività al Centro, ha «condotto campagne contro la pena di morte, ha criticato l’uso della tortura da parte del regimee, ha aiutato gli attivisti che finivano in prigione». Sorte che è toccata più volte anche a lei, proprio per le sue battaglie: già ai tempi in cui il Nobel le fu assegnato, era stata arrestata 31 volte e condannata a 31 anni di prigione e 154 frustate. Al momento della premiazione, era imprigionata nella tristemente nota prigione di Evin.

Vita appesa a un filo

Amnesty International accusa espressamente le autorità iraniane di aver «sconsideratamente messo a rischio la vita della difensora dei diritti umani sottoponendola a tortura o ad altri maltrattamenti dato il deliberato rifiuto di fornirle cure adeguate e tempestive». L’organizzazione per i diritti umani ripercorre tutti i passaggi e tutte le cure negate. «Prima dell’infarto del 24 marzo 2026, i funzionari della prigione di Zanjan avevano negato cure nonostante i dolori al petto, gli sbalzi di pressione, la visione sdoppiata che erano cominciati dopo l’arresto per le torture e i maltrattamenti subiti. Durante l’interrogatorio nel centro di detenzione, le sono state fatte pressioni perché condannasse le rivolte di fine 2025, cosa che Mohammadi ha rifiutato di fare. Le autorità le hanno ripetutamente negato o rinviato le cure, mettendola a rischio di morte».

Le controversie legate a problemi di salute e a cure negate sono anche precedenti, e anche se ad esempio nel 2024 i dottori avevano sollevato l’urgenza di cure, Mohammadi, la cui detenzione era stata provvisoriamente sospesa a dicembre di quell’anno, è stata di nuovo arrestata l’anno seguente.

Le condizioni attuali

A inizio febbraio di quest’anno, per protesta Mohammadi ha intrapreso lo sciopero della fame. A fine marzo un cardiologo esterno al carcere ha stabilito che le medicine prescrittele in prigione hanno contribuito ai problemi cardiaci e aumentato le probabilità di un infarto. A fine aprile, famiglia e avvocati hanno constatato il degradarsi delle sue condizioni. Già negli scorsi mesi la premio Nobel ha perso venti chili rispetto a quando fu arrestata, e negli ultimi due mesi il deperimento è accelerato.

Anche il comitato per il Nobel si è aggiunto al coro di richieste perché le autorità iraniane dessero immediato accesso a cure appropriate, ma le condizioni di salute sono talmente compromesse da aver richiesto la terapia intensiva. Ieri il fratello di Mohammadi, che vive in Norvegia, ha detto a BBC che «la pressione sanguigna di mia sorella ha avuto uno sbalzo brusco e non sono stati in grado di stabilizzarla».

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