Dal 2002 al maggio 2025, oltre 200 atenei hanno partecipato a 110 progetti europei relativi alla sicurezza dei confini, ricevendo un totale di oltre 100 milioni di euro di finanziamenti. La maggioranza dei destinatari fa parte di consorzi che spesso includono aziende del settore degli armamenti e dell’informatica
Sciami di droni, sistemi biometrici e sensori per il rilevamento di persone nascoste: finanziate dall’Unione europea, le università forniscono da anni analisi predittive dei movimenti migratori e strumenti di controllo dei confini che l’Ue utilizza per anticipare gli arrivi e rafforzare le proprie politiche repressive. È il caso dei 4 milioni di euro assegnati nel 2021 da Frontex al Politecnico di Torino e ad altri due partner per produrre mappe sulla distribuzione di migrazioni, criminalità e attività di ricerca e soccorso lungo i confini dell’Unione Europea, ma non solo.
Il Consorzio nazionale interuniversitario per le telecomunicazioni, – che coordina 37 università pubbliche italiane – e altre tre università europee hanno ricevuto quasi 1,6 milioni di euro per sviluppare Roborder, «un sistema autonomo di sorveglianza delle frontiere (...) basato su robot mobili senza pilota, inclusi veicoli aerei, di superficie, subacquei e terrestri» da implementare in collaborazione con Frontex.
In questo caso come in altri, secondo il professore del Politecnico di Torino Michele Lancione, firmatario di una lettera in cui si dissociava dall’accordo tra il suo ateneo a Frontex, «le università forniscono una validazione epistemica a un discorso politico, quello dell’invasione, privo di qualsiasi fondamento scientifico». Nel caso del Politecnico, spiega Lancione: «Tale validazione va oltre il contenuto della mappa. Frontex acquista il logo di una grande università europea, lo appone sulle sue mappe e, agli occhi del grande pubblico, la validazione scientifica delle sue posizioni è assicurata».
Le università beneficiarie
L’agenzia di frontiera dell’Unione europea, accusata di innumerevoli respingimenti illegali di migranti, non è l’unica beneficiaria delle attività di ricerca delle università. Il report Border Labs: how universities power Europe’s border regime pubblicato dal Transnational Institute rivela che progetti di investimento come i Framework Programme e Horizon Europe stanno orientando la ricerca accademica verso la militarizzazione delle frontiere.
Dal 2002 al maggio 2025, oltre 200 università hanno partecipato a 110 progetti europei relativi alla sicurezza e al controllo dei confini, ricevendo un totale di oltre 100 milioni di euro di finanziamenti. La maggioranza dei destinatari fa parte di consorzi che spesso includono aziende del settore degli armamenti e dell’informatica, nonché le autorità di frontiera degli Stati membri. Le principali università beneficiarie in Italia, tra le prime 20 in Europa per quantità di fondi ricevuti, sono l’Alma Mater Studiorum di Bologna (2,6 milioni di euro), l’European University Institute (EUI) a Fiesole (1,9 milioni), l’Università di Padova (1,6 milioni) e l’Università degli Studi di Milano (1,4 milioni).
Se l’università bolognese è un punto di riferimento internazionale nella biometria e gestisce competizioni online che valutano algoritmi per impronte digitali e riconoscimento facciale usati per lo sviluppo delle “frontiere intelligenti”, l’università di Padova ha contribuito, tra le altre cose, a creare tecnologie di rilevamento olfattivo per individuare persone nascoste alle frontiere. L’EUI ha permesso lo sviluppo dell’EUMigraTool, un sistema per prevedere i flussi migratori e identificare potenziali tensioni sociali all’interno dell’Unione che i ricercatori ritengono possa essere utilizzato per scopi di coercizione dalle autorità.
Cosa spinge gli atenei
Per progetti simili altre università europee hanno operato a stretto contatto con aziende di armamenti come Thales, Airbus e Leonardo. L’Alma University, con sede in Finlandia, al primo posto per quantità di fondi europei ottenuti (5,1 milioni di euro), ha sviluppato soprattutto con Leonardo il progetto EU-Hybnet per il contrasto alla migrazione irregolare, intesa come una “minaccia ibrida”. Tuttavia, a livello europeo, dopo l’University of Reading in Regno Unito, l’ateneo con il maggior numero di partenariati in programmi di ricerca di questo tipo è La Sapienza di Roma, che ha realizzato ben sei progetti con Leonardo e altri quattro con Thales.
Come ha spiegato a Domani Mark Akkerman, autore del report, le università sono spinte a partecipare a questi programmi soprattutto da necessità economiche, a causa dei costanti tagli alla ricerca in molti Stati europei, oltre che da interessi commerciali. Questo, secondo Akkerman si verifica anche quando «i ricercatori sono critici nei confronti delle politiche dell’Ue e sperano che il loro lavoro possa orientarle verso una maggiore umanità. Il che è improbabile: l’Ue seleziona solo ciò che serve a promuovere il suo approccio».
© Riproduzione riservata

