Non c’è posto per un parco intitolato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a Latina, meglio Arnaldo Mussolini. E quindi quel nome, che gli è stato dato nel 25esimo anniversario dalla morte dei due magistrati uccisi dalla mafia, va cambiato. Il motivo: «Bisogna considerare le radici della città».

Parola di Claudio Durigon, sottosegretario all’Economia, e uomo di spicco della Lega di Matteo Salvini nel Lazio. Latina è il suo feudo, a suo dire conosce bene gli umori dei cittadini, e quel parco intitolato ai due giudici uccisi da Cosa nostra sembrerebbe non andargli giù. Un’uscita singolare, soprattutto se si considera che negli ultimi anni le inchieste della magistratura hanno fatto emergere il ruolo dei clan e un’inquietante vicinanza della politica locale a uomini considerati in rapporti con i boss.

La Lega e i clan di Latina

Il parco intitolato ai due paladini dell’antimafia, quindi, era anche un simbolo di legalità. Ma per il sottosegretario è meglio il vecchio nome, quello di parco Mussolini, intitolato ad Arnaldo, fratello minore del dittatore. Tra l’altro Mussolini junior non aveva nessun legame con la città: è morto nel 1931, prima della fondazione di Littoria, nome originario di Latina, voluta dal fratello Benito durante le bonifiche dell’Agro pontino.

«Questa è la storia di Latina che qualcuno ha voluto anche cancellare con quel cambio di nome a quel nostro parco, che deve tornare a essere quel parco Mussolini che è sempre stato, su questo ci siamo e vogliamo andare avanti», ha detto il sottosegretario leghista il 4 agosto dal palco di un evento del partito. Due giorni dopo, poi, una parziale marcia indietro con un post su Twitter dopo le proteste: «Polemica sterile sulla notizia del parco Arnaldo Mussolini di Latina. Mai e poi mai penserei di mettere in discussione il grande valore del servizio prestato allo stato dai giudici Falcone e Borsellino: ciò non toglie che è nostro dovere considerare anche le radici della città». Insomma, un po’ fa marcia indietro e un po’ tira dritto.

I clan a Latina

La presenza dei clan a Latina è molto forte. Tanto da condizionare l’economia e la politica. Da quanto emerge da inchieste ancora in corso, spesso i partiti non sono poi così distanti dalla criminalità organizzata.

Nel 2015 nell’indagine Alba Pontina, un’operazione antimafia che ha decapitato il clan Di Silvio, sono emersi contatti tra Pasquale Maietta e il boss Cha cha. I Di Silvio non sono un clan come tanti: imparentati con i Casamonica, vengono spesso descritti come un gruppo criminale spietato che controlla il territorio. Così come Maietta non è un personaggio qualunque: era il presidente del Latina Calcio e nel 2013 era stato eletto tra le fila di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni alla Camera. Ci sono anche più video che immortalano “Cha cha” Di Silvio, il numero uno del clan, che festeggia l’elezione dell’onorevole: in uno è addirittura nudo mentre gira per la città su un risciò. Oggi Maietta, che si è ritirato dalla vita politica, è sotto processo per riciclaggio per un giro di soldi intorno alla sua società di calcio negli anni in cui era presidente.

Dopo l’inchiesta Alba Pontina, due ex uomini del clan hanno iniziato a collaborare con la giustizia. E hanno riempito i verbali con informazioni e dettagli sull’appoggio dei clan a Fratelli d’Italia e alla Lega. Si tratta di Renato Pugliese e Riccardo Agostino. Il secondo è il figlio del boss “Cha cha”. Agostino ha parlato di come il clan avrebbe aiutato il partito di Salvini nel corso della campagna elettorale per le amministrative del 2016. Uomini vicini a candidati della lista Noi con Salvini (così si chiamava la Lega nel sud Italia ndr) avrebbero comprato dei voti nei quartieri controllati dalla criminalità organizzata per vincere le elezioni: per questo i magistrati indagano su Matteo Adinolfi, prima consigliere comunale e oggi eurodeputato a Bruxelles per la Lega. Il figlio dei boss ha anche raccontato degli appuntamenti elettorali del leader leghista nella provincia laziale: «Ridevamo perché Salvini andava contro i Casamonica e poi noi zingari facevamo la campagna per la sua lista». Secondo i due collaboratori di giustizia il clan partecipava attivamente alle campagne elettorali, con l’attacchinaggio dei manifesti.

A questo si aggiungono le “relazioni pericolose” del sottosegretario Durigon, raccontate da Domani in due inchieste.

“Relazioni pericolose”

Durigon è entrato in parlamento anche grazie ai consensi ottenuti nel collegio di Latina. E il “sistema Latina”, tra voti e attacchinaggi, ha fatto più volte incrociare gli interessi dei partiti di centrodestra con quelli del clan Di Silvio.

Nelle due inchieste abbiamo ricostruito, pubblicando i messaggi scambiati via WhatsApp, il rapporto del sottosegretario con Natan Altomare, un professionista locale. Sono rapporti confidenziali, che risalgono al 2018 e che il futuro deputato stringe con un soggetto che, a quel tempo, era già stato coinvolto in un’inchiesta della magistratura chiamata Don’t touch. Da quelle indagini e dal successivo iter giudiziario Altomare è uscito a testa alta, assolto. Nei messaggi che Durigon e il professionista si sono scambiati, anche domande e riflessioni nei giorni della formazione del governo Lega-M5s.

Ci sono però anche le telefonate che Altomare ha avuto con Cha cha Di Silvio. Contatti che erano noti in città. Forse per ripulire la sua immagine da quel passo falso, Altomare ha pagato almeno due feste elettorali a Durigon e ha messo a disposizione un suo locale.

Un altro simpatizzante leghista molto attivo è Luciano Iannotta, presidente della locale Confcommercio. Oggi Iannotta e Altomare sono indagati, entrambi, per sequestro di persona. E sorprende che un sottosegretario e parlamentare così attento al suo territorio non conosca i rapporti e le vicende giudiziarie di alcune persone. «Altomare condivideva la nostra stessa passione politica e ci siamo ritrovati nella campagna elettorale, non conosco i dettagli personali», aveva detto Durigon a Domani lo scorso marzo.

A inizio maggio, Movimento 5 stelle e Sinistra italiana hanno chiesto le dimissioni del sottosegretario dal governo Draghi, dopo un’inchiesta di Fanpage che però non riguardava le relazioni e i rapporti costruiti nel suo feudo. Il sottosegretario è rimasto al suo posto, difeso dal presidente del Consiglio. Adesso ha iniziato una battaglia per togliere il nome di Falcone e Borsellino a un parco, in una città minacciata dai clan.

 

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