Con il Pnrr in ritardo e il 90 per cento degli edifici non pienamente a norma, la sicurezza delle scuole resta un'emergenza nazionale. Dai crolli ai rischi climatici, secondo Legambiente e Cittadinanzattiva, intervistati da Domani, serve un piano strutturale che vada oltre gli interventi spot
L’estate sta iniziando e un anno scolastico se ne va. E con lui anche le speranze di un tetto sicuro sopra la testa degli studenti. L’ultimo episodio, per fortuna già rientrato, è avvenuto ad Abbiategrasso, nella città metropolitana di Milano: martedì 2 giugno è crollato un controsoffitto a causa delle forti piogge. Ma il problema dell’edilizia scolastica riguarda l’intero territorio italiano. E con i cambiamenti climatici, rischia di diventare sempre più gravoso. I soldi in parte ci sono, ma l'attuazione del Pnrr è in ritardo rispetto alla scadenza europea, fissata a fine giugno. Le necessità, inoltre, sono numerose: dalla vulnerabilità sismica alle ondate di calore, dai crolli dei solai al rischio incendi. Il tutto, con 9 scuole su 10 non a norma secondo l’ultimo report Tuttoscuola.
Il 27 maggio un avviso pubblico ha introdotto un finanziamento aggiuntivo: entro il 12 giugno si possono presentare richieste per gli interventi urgenti. Un’iniziativa da 20 milioni per il completamento di cantieri già avviati. Non stupisce. Eppure, secondo la relazione della corte dei conti, il Piano avanza ma non recupera i ritardi accumulati. Per la messa in sicurezza, si è al 51 per cento dei pagamenti: non si riusciranno a chiudere i cantieri in tempo. «Si rischia di avere opere incompiute», spiega Adriana Bizzarri, coordinatrice scuola di Cittadinanzattiva. «Bisogna guardare al dopo: su chi ricadranno le spese superata la scadenza? Manca una programmazione a lungo termine».
Opere incompiute e divari territoriali
Un tema rilanciato anche da Legambiente, che insieme a Cittadinanzattiva fa parte dell’Osservatorio edilizia scolastica del Ministero. Come spiega Claudia Cappelletti, responsabile nazionale scuola dell’associazione ambientalista, «serve un piano strutturale che permetta sia di capire le necessità, sia di prevedere risorse certe». Ma anche di verificare la gestione dei fondi: «In alcuni casi sono stati spesi solo in parte, male, o i lavori sono stati interrotti. C’è un’opacità tipica del settore edilizio».
La mancanza di un monitoraggio organico e di una progettazione a lungo termine amplifica anche le differenze territoriali. Per le amministrazioni non attrezzate e senza personale specializzato è più difficile ottenere i fondi, e così le aree geografiche più svantaggiate rischiano di non riuscire a colmare le disparità. Per rimediare, specifica Bizzarri, sono stati riaperti bandi specifici: «Il correttivo è stato introdotto solo a metà percorso, per limitare i danni». «La logica iniziale del bando – spiega la coordinatrice – penalizzava chiunque avesse meno capacità progettuali e poche o nessuna figura tecnica».
Tuttavia il problema della manutenzione riguarda anche le grandi città. A marzo l’assessore delegato alla scuola della città metropolitana di Roma, Daniele Parrucci, ha stimato che almeno 70 istituti – di cui 50 nella capitale – avrebbero bisogno di interventi strutturali urgenti, per un totale di 200 milioni di euro. Una situazione simile a quella che si registra anche nei comuni del Nord, i più interessati dalla presenza di amianto. Nonostante questo, il Centro, il Sud, le isole e le zone interne rimangono le aree più a rischio. E il trend può peggiorare. «Gli stanziamenti nel tempo sono grossomodo costanti», spiega Cappelletti. «Ma se si considera che le esigenze aumentano, sono di fatto sempre più bassi».
Edifici vecchi, emergenze nuove
L’emergenza climatica amplifica il ritardo. Mentre si discute di scuole aperte anche d’estate, l’anno scolastico termina con temperature in aula fino a 35 gradi. Le ragioni sono strutturali: gli edifici scolastici sono perlopiù vecchi e inefficienti. «Gli episodi estremi aumenteranno e le scuole non sono pronte per questa accelerazione», sottolinea Cappelletti. Per questo, aggiunge Bizzarri, servono interventi urgenti: «Dalle cose più semplici, come piantumare alberi e creare aree verdi nei cortili, a interventi più strutturali come l'isolamento termico, le schermature solari e la ventilazione meccanica».
Sebbene il ministero pubblichi annualmente l'anagrafe dell'edilizia scolastica, «ci sono differenze tra i parametri rilevati dal ministero e quelli rilevati da organizzazioni come Legambiente», denuncia Cappelletti. Una carenza rilevata anche da Cittadinanzattiva: «L'anagrafe non è ancora pienamente efficace. Si sta lavorando per aggiornare la piattaforma “La scuola in chiaro”, ma manca un sistema più organico».
Tra le zone d'ombra, anche gli asili d'infanzia. Indicati dalla Corte dei conti tra i progetti in ritardo, non dispongono di dati ufficiali sullo stato di avanzamento dei nuovi edifici, secondo Bizzarri. Di quelli esistenti, inoltre, manca persino una mappatura: «Dal punto di vista edilizio, non se ne sa nulla». Secondo entrambe le esperte, per intervenire serve un piano strutturale unico, che vada oltre gli interventi spot. E che introduca un monitoraggio sistematico completo.
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