R., 44 anni, viene dalla Puglia e insegna in provincia di Milano. Per una stanza in un appartamento condiviso paga 580 euro al mese. Si considera fortunato: a Milano città, racconta, si arriva a spendere fino a 500 euro anche solo per un posto letto in una stanza doppia. Lo stipendio netto sfiora i 1.700 euro, ma tra affitto, bollette, trasporti e spese quotidiane gran parte del salario sparisce prima della fine del mese. Un’altra docente, per poter continuare a lavorare, si è trasferita dalla provincia di Salerno all’hinterland milanese. A 56 anni paga ancora il mutuo della casa acquistata in Campania insieme alle spese per un alloggio vicino alla scuola dove lavora. Racconta di riuscire a sostenere tutto solo grazie all’aiuto del padre. L., invece, ha vissuto per sette anni da precaria fuori sede a Firenze. Dopo anni in appartamenti condivisi, si è trasferita in un bilocale dove pagava 650 euro di affitto: metà stipendio, a cui si aggiungevano bollette e spese quotidiane. «Di fatto vivevo per pagare l’affitto», racconta. Oggi, tornata a Reggio Calabria grazie al punteggio accumulato negli anni di servizio, con la stessa cifra riesce a vivere in una casa più grande e dignitosa. Per lei il problema non si risolve con stanze calmierate, ma con salari più alti: «Il costo della vita è aumentato troppo per tutti».

Le loro storie descrivono una realtà che da anni attraversa la scuola pubblica: migliaia di insegnanti del Sud costretti a lavorare al Nord, dove si concentrano cattedre vacanti. Una mobilità continua e vite spesso ancora sostenute economicamente dalle famiglie d’origine, diventate ultima frontiera di welfare. Secondo i dati elaborati dalla Flc Cgil sui numeri del ministero dell’Istruzione, nell’anno scolastico 2025/2026, dopo le operazioni di mobilità risultavano ancora oltre 52mila posti vacanti, soprattutto nelle regioni del Nord. È questo squilibrio territoriale a spingere ogni anno migliaia di docenti verso Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna.

Nelle ultime settimane il tema è entrato nel dibattito politico. Durante la presentazione del Piano Casa, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha citato proprio gli insegnanti fuori sede per descrivere come il costo della vita nelle grandi città stia diventando incompatibile con gli stipendi pubblici. Un docente che guadagna circa 1.700 euro netti al mese, ha spiegato, può arrivare a spenderne oltre mille soltanto per la casa.

È un passaggio politico significativo: per la prima volta il governo riconosce apertamente gli insegnanti come una categoria economicamente fragile, schiacciata dall’aumento degli affitti e dall’erosione del potere d’acquisto. I numeri confermano il problema. Secondo i dati dell’Ocse, gli insegnanti italiani della scuola primaria guadagnano circa il 18% in meno rispetto alla media europea, con stipendi molto più bassi anche rispetto ai principali Paesi europei. Anche Eurydice evidenzia come negli ultimi anni il potere d’acquisto reale dei docenti italiani sia stato fortemente ridotto dall’inflazione.

Per chi vive di supplenze annuali, il problema abitativo pesa ancora di più. Contratti brevi, continui cambi di provincia e precarietà rendono spesso impossibile accedere a un mutuo, salvo casi particolari in cui a fare da garanzia sono sempre i familiari.

Per questo, il tema della casa non riguarda tanto l’acquisto quanto la sopravvivenza quotidiana. Le misure annunciate dal governo parlano di recupero di immobili pubblici inutilizzati, edilizia convenzionata e affitti calmierati. Nei mesi scorsi il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha avanzato anche l’ipotesi di foresterie e alloggi destinati agli insegnanti fuori sede e ad altri lavoratori pubblici. Una proposta che ha immediatamente aperto un fronte di polemica.

La Flc Cgil ha definito «gravissime» le ipotesi di affidare ai privati servizi legati alla scuola pubblica. Ma le critiche non riguardano soltanto il ruolo dei privati: una parte del mondo della scuola legge infatti le foresterie come il simbolo di un problema più profondo, fatto di stipendi troppo bassi e precarietà strutturale.

Nel frattempo, la realtà quotidiana resta quella raccontata dai docenti fuori sede, “Studenti per sempre”, costretti a rimandare indipendenza economica, progettualità e stabilità abitativa anche dopo i quarant’anni. Una generazione cresciuta con la promessa che studiare, laurearsi, formarsi sarebbe bastato a costruire un futuro stabile si ritrova invece stretta tra affitti sempre più alti, precarietà e vite rimandate. Ed è forse questa la contraddizione più evidente emersa negli ultimi mesi: mentre il governo discute di foresterie e alloggi calmierati per gli insegnanti fuori sede, migliaia di docenti continuano a vivere in camere condivise, a spostarsi ogni anno da una città all’altra e a destinare metà stipendio soltanto alla casa nel paese con gli stipendi tra i più bassi di Europa. Non la possibilità di mettere radici, ma la necessità di rincorrere ogni anno un equilibrio sempre più fragile tra lavoro, affitto e costo della vita.

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