Ora la palla passa agli Stati membri dell’Unione europea per cercare di trattare con le big tech. Perché secondo la Corte di Giustizia dell’Ue, i paesi possono riconoscere agli editori di giornali il diritto a un’equa remunerazione da parte delle piattaforme online che utilizzano i loro contenuti. 

Il ricorso di Meta all’Agcom

La sentenza della Corte riguardava un ricorso di Meta contro l’Agcom. La società di Mark Zuckerberg aveva impugnato davanti al Tar la decisione dell’autorità italiana che stabiliva le modalità per definire il diritto a un’equa remunerazione a favore degli editori per l’uso delle loro pubblicazioni online, oltre a un regime per garantire la remunerazione stessa.

Secondo Meta, la normativa italiana e la mossa dell’Agcom erano incompatibili con la direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale e con la libertà d’impresa garantita dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

La decisione della Corte

Ma i giudici europei hanno decretato che il diritto alla remunerazione è compatibile con il diritto Ue, sempre che la remunerazione costituisca il corrispettivo per l’autorizzazione all’uso online delle pubblicazioni e che gli editori possano essere liberi di negarlo o concederne l’utilizzo anche a titolo gratuito.

Sempre secondo la Corte di Giustizia dell’Ue, sono giustificati gli obblighi di avviare trattative in buona fede e di fornire i dati necessari al calcolo del compenso. La sentenza, quindi, rafforza la tutela degli editori.

La risposta di Meta

Meta ha risposto alla decisione della Corte. «Accogliamo con favore la conferma da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che l’Articolo 15 costituisce un diritto esclusivo, e che non prevede alcun pagamento da parte dei provider quando questi non utilizzano pubblicazioni giornalistiche», si legge in una nota. «Esamineremo integralmente la decisione e collaboreremo in modo costruttivo quando la questione tornerà dinanzi ai tribunali italiani», ha aggiunto.

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