«Se mio marito l’avesse saputo, forse non si sarebbe impiccato in un garage». Si chiamava Ezio, aveva 69 anni ed era malato di Sla. Con questo messaggio Caterina, vedova di Ezio, si rivolge al ministro della Salute Orazio Schillaci per denunciare la mancanza di informazioni sui diritti di fine vita

I medici avevano diagnosticato a Ezio la Sla prima che avesse gravi problemi motori. La malattia, però, nei mesi successivi è peggiorata drasticamente fino a che gli è stata prospettata la necessità di una tracheotomia e la dipendenza da un respiratore artificiale. 

Condizioni in cui l’uomo non voleva vivere, ma «i medici non gli hanno detto nulla. Hanno alzato le braccia dicendo che “Siamo in Italia” e che non c’erano alternative», racconta Caterina. Nessuno gli aveva detto che c’erano alternative previste dalla legge, come un percorso palliativo con sedazione profonda o l’aiuto medico alla morte volontaria da parte dell’Asl. In questo modo, spiega la donna nell’appello al ministro, sarebbe morto «tranquillamente a casa sua», «avrebbe deciso di vivere ancora un po’» e di mettere fine alla propria vita «un giorno con la sua famiglia vicino». 

Invece, il 22 gennaio 2024, con le poche forze che gli erano rimaste, si è trascinato nel garage e si è tolto la vita. «Non è stata una scelta di coraggio», continua Caterina, «ma di disperazione e ignoranza. Non sapendo quali fossero i suoi diritti, non ha potuto scegliere». 

Non conoscere i propri diritti

È proprio da un garage che parla Caterina, che ha scoperto solo poche settimane fa gli strumenti legali per evitare sofferenze inutili, a un evento dell’associazione Luca Coscioni. «Molti cittadini non ricevono informazioni adeguate», segnala l’associazione. L’aiuto medico alla morte volontaria è possibile dal 2019, in presenza di precise condizioni stabilite dalla Corte Costituzionale. «Condizioni che – sottolinea l’organizzazione – Ezio avrebbe soddisfatto». 

«Perché i pazienti non vengono informati?», chiede Caterina al ministro, «e perché spesso nemmeno i medici conoscono o comunicano le possibilità previste dalla legge?». 

L’associazione Luca Coscioni ha una campagna informativa pubblica sul fine vita, con un numero bianco, coordinato dalla psicologa Valeria Imbrogno, compagna di Dj Fabo, l’uomo rimasto tetraplegico dopo un incidente, costretto ad andare in Svizzera per accedere al suicidio assistito. La storia da cui è poi derivata la sentenza con cui la Corte costituzionale nel 2019 ha aperto alla possibilità dell’aiuto medico alla morte volontaria da parte dell’Asl.

Il numero è attivo tutti i giorni 24 ore su 24 e fornisce informazioni sul consenso informato, sulle disposizioni anticipate di trattamento, sulle cure palliative e sull’interruzione delle terapie. In mancanza di una campagna pubblica. 

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