Sul suicidio assistito l’ala moderata spinge per una legge mentre la linea dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni resta ostaggio dei Pro-Vita. Si allarga lo scontro nella Lega tra i moderati rappresentati da Zaia e i gruppi Pro-Vita. Mentre il partito degli azzurri tenta di smarcarsi per dare respiro alle parole della figlia del fondatore Marina Berlusconi
Sono passati nove anni dalla morte di Fabiano Antoniani, meglio noto come Dj Fabo, aiutato da Marco Cappato a raggiungere la Svizzera per ricorrere all’aiuto medico alla morte volontaria (il cosiddetto “aiuto al suicidio”).
Otto anni di discussioni, proposte di legge e fallimenti. Oggi sul fine vita è in corso una guerra a bassa intensità che si consuma dentro il centrodestra. Il bottino non è la legge ma «una certa idea di governo» fanno sapere da Forza Italia. In bilico tra uno spirito liberale e uno conservatore. Quello liberale resta parecchio soffocato, con una certa sofferenza da parte degli azzurri che non riescono proprio a dare respiro alle parole di Marina Berlusconi.
«Ognuno deve essere libero di scegliere», è la posizione della figlia del Cavaliere. Il no all’eutanasia oltre a trovare spazio nel manifesto di Futuro Nazionale del generale Vannacci, è ben rappresentato nel governo dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano.
I lavori sul ddl sul fine vita sono fermi dall’estate. Non pervenuto il parere della commissione sugli emendamenti presentati al testo firmato dai relatori Pierantonio Zanettin (FI) e Ignazio Zullo (FdI) e adottato come testo base.
Originariamente calendarizzato in aula per il 17 febbraio, il testo non è mai approdato. Rinviato ancora una volta. Ad aprile.
Non è un caso l’intervista rilasciata a “La Stampa” il 16 febbraio dall’ex governatore del Veneto, Luca Zaia: «O il governo non impugna più le leggi regionali, oppure, se le impugna, deve mandare avanti il provvedimento in Parlamento».
Non certo una posizione nuova. L’ex governatore veneto si era già espresso in questi termini alla kermesse “Idee in movimento” in Abruzzo, dove dopo una critica chiara all'ala più radicale del partito aveva chiesto una legge sul diritto alla morte.
Ci prova anche a riaccendere una luce sul provvedimento Licia Ronzulli, senatrice di Forza Italia e vicepresidente del Senato: «Siamo, da troppo tempo, impaludati in un limbo. Io, da liberale ritengo fondamentale portare l'Italia al passo con i tempi sul tema dei diritti civili».
Ma è il collega Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera di Forza Italia, tra i più autorevoli esponenti del partito a lanciare tre stoccate al governo. La prima al metodo: «Sono contrario a estromettere il servizio sanitario».
Posizione che si scontra con quella tenuta fino ad oggi da Fratelli d’Italia. «Il denaro pubblico non paga una prestazione che si materializza in un diritto a morire», aveva detto il presidente della Commissione affari sociali Francesco Zaffini. Mulè poi critica le impugnazioni del Governo sulla Toscana (persa alla Consulta) e sulla Sardegna: «Impugnare non serve a nulla». E poi in sintonia, quasi con una punta di veleno aggiunge: «Su questo tema ci sono delle convergenze di vedute tra noi e la Lega moderata guidata da Zaia». In filigrana il destinatario: l’ombra di Matteo Salvini sedotto dal generale Vannacci e abbandonato.
Dentro il Carroccio è in corso infatti una guerra non solo di posizioni. In Piemonte si registra quella tra la Giunta regionale di centrodestra e l’associazione Pro Vita, dopo una circolare firmata dal direttore della Sanità regionale, Antonino Sottile, inviata alle aziende sanitarie per chiarire come applicare le sentenze della Corte costituzionale.
Il documento nasce dopo il caso di un paziente seguito dall’Asl To4 che, pur avendo i requisiti riconosciuti, non era riuscito a ottenere i farmaci necessari. La Regione ha quindi voluto evitare interpretazioni diverse tra le varie strutture sanitarie. La circolare ribadisce che, secondo la Consulta, chi ha diritto alla procedura può ricevere dalle strutture pubbliche i medicinali, i dispositivi utili e l’assistenza sanitaria. Sottile ha però chiarito che non si tratta di nuove regole, ma solo di spiegazioni su decisioni già valide come legge.
Pro Vita & Famiglia che da tempo pretende di dettare l’agenda al Governo Meloni è furiosa e dopo aver accusato la regione di essersi trasformato in «un avamposto radicale», il presidente Toni Brandi accusa: «È un grave tradimento politico verso gli elettori. La Regione si piega a una cinica deriva che offre la morte come soluzione economica alla sofferenza».
Da qui la richiesta all’amministrazione guidata da Alberto Cirio di ritirare immediatamente la circolare che ha costretto la Regione a specificare che il «Piemonte non riconosce nella propria legislazione il suicidio assistito».
In gioco c’è dunque una certa idea di paese, chiara solo per Fratelli d’Italia che dicono già sottovoce: questa legge non s’a da fare. Era stata infatti la presidente del Consiglio a inizio anno a indicare la rotta del parlamento: «Penso che il compito dello Stato non sia favorire percorsi per suicidarsi ma sia semmai cercare di ridurre al minimo la solitudine e le difficoltà di chi ha gravi patologie».
Parole che si legano alla posizione che ha da sempre il suo braccio destro, Alfredo Mantovano sottosegretario alla Presidenza con delega ai Servizi segreti. E che il 10 gennaio 2023, nella prima udienza privata con Papa Francesco, così fu presentato da Meloni: «Una persona con cui lavoro da tanti anni, grande giurista, grande cattolico». Un’impostazione chiara che, al di là dei rinvii parlamentari, lascia intuire il destino della legge sul fine vita.
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