Il presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli e neo-rappresentante italiano di InterPride: “La presidente vuole cancellare i diritti delle persone trans e delle famiglie arcobaleno». Le critiche al Roma Pride, da Francesca Pascale alla Palestina, e gli attacchi neofascisti continui al Circolo
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Mario Colamarino ha attraversato da presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, dieci anni fa, la battaglia più importante di questo paese: quella per le unioni civili. Oggi guida il Circolo in un clima più difficile e ostile. Presidente del Roma Pride, parla chiaro e senza filtri. A Resistenze affronta le critiche al Pride considerato da alcuni un «carrozzone commerciale», smonta l’ingombrante ospite dello scorso anno Francesca Pascale («un grande bluff»), e denuncia gli attacchi quotidiani al Mieli, dai gruppi neofascisti alla pagina di estrema destra Welcome to Favelas.
Sicurezza, volontariato, organizzazione: ogni passo richiede attenzione, coordinamento, resistenza. Neo-coordinatore a livello internazionale con InterPride per l’Italia e altri paesi, porterà la voce delle persone Lgbtq+ nel mondo. Un confronto schietto: diritti calpestati, polemiche mediatiche, pressioni politiche, ma anche strategie e responsabilità. Il tempo delle polemiche è finito. Qui non si nasconde nulla. Adesso si lotta.
È stato scelto come rappresentante di InterPride, la rete internazionale che riunisce organizzazioni Pride di tutto il mondo. L’Italia capofila. Può spiegarci cosa significa?
InterPride è l’organizzazione mondiale dei Pride: riunisce oltre 600 realtà e si divide in regioni geografiche che eleggono i propri rappresentanti. Sono stato eletto insieme a un collega spagnolo, con cui collaboro da anni tra Roma e Madrid. Il nostro ruolo è coordinare attività, comunicazione e lavoro politico a livello internazionale, portando al board le esigenze dei Pride della nostra area.
Per il nostro paese quali sono i risvolti di questa nomina?
L’Italia è sicuramente sotto i riflettori, da quando c’è il governo Meloni, per l’erosione dei diritti civili. Quando partecipo ai congressi internazionali, ormai da anni, capita spesso che in apertura venga espressa vicinanza a paesi come Italia, Stati Uniti, Ucraina e Ungheria, che nelle classifiche ILGA risultano tra quelli dove le persone Lgbt incontrano maggiori difficoltà. Mi sono candidato per coordinare meglio alcune attività e strategie comuni ai Pride, rafforzando l’unità: trovare ciò che ci unisce invece di concentrarci su ciò che ci divide. Il ruolo serve anche a portare la voce dei Pride italiani a livello internazionale e a promuovere un coordinamento stabile tra le realtà italiane.
Roma è stata scelta anche per il Congresso mondiale dei Pride nel 2027, anche questo un segnale?
Sicuramente lo è. Roma è storicamente una città di pluralità e intrecci culturali, e vogliamo contrastare una fase in cui alcune destre sembrano voler cancellare diritti: dalle persone trans alle famiglie arcobaleno. A livello internazionale c’è preoccupazione per lo stato dei diritti civili, della libertà di stampa e dell’autonomia della magistratura in Italia.
Come viene percepita l’Italia di Meloni fuori dai confini?
Con molto timore sul fronte dei diritti. Per questo non si tratta solo di un evento: è un’opportunità per portare in Italia esperienze, pratiche e strategie già sviluppate altrove. Dall’EuroPride di Torino al congresso mondiale a Roma. Bisogna costruire un laboratorio politico, sociale e culturale fatto di incontri, campagne di comunicazione e maggiore dialogo tra le diverse anime del movimento. Le destre spesso puntano a dividerci, pensiamo agli Usa, e proprio per questo fare fronte comune diventa essenziale.
Lei è stato presidente del Mieli in un tempo importante per la storia di questo paese, quello delle unioni civili del 2016. Ed è tornato a essere presidente adesso dal 2021. Cosa è cambiato?
Ho avuto il privilegio storico di far parte del movimento durante una battaglia storica, porto con me la grande maturità accumulata in quegli anni. Nonostante le difficoltà e l’esito della legge, che non ha soddisfatto tutti, c’è stata una grande unità nel movimento. I sentimenti erano molto contrastanti, e tutti speravamo che le cose si sarebbero risolte presto con una riforma dei diritti di famiglia. Così non è stato. È in quelle esperienze che abbiamo capito che, a volte, o si ottiene tutto o forse è meglio rovesciare il tavolo. Una lezione che, secondo me, abbiamo compreso bene anche il ddl Zan. Le richieste di una parte politica che volevano una legge al ribasso sono state respinte e questo non ci ha indebolito, anzi il contrario.
Quindi nell’associazionismo qualcosa è cambiato?
Siamo diventati più resistenti. Nonostante poi sia arrivato il governo Meloni abbiamo lavorato molto bene. Noi del Circolo Mieli siamo cresciuti tanto: c’era voglia di comunità e un interesse maggiore delle persone verso il mondo Lgbt. Negli ultimi anni abbiamo registrato numeri incredibili: partecipazione alle attività di Mieli, la crescita del Roma Pride, centri antidiscriminazione, progetti come il centro PrEP e iniziative al lido di Capocotta e alla Muccassassina. A livello di comunità i risultati sono stati alti, ma ci siamo resi conto che serve più rete e coordinamento strategico tra le diverse realtà. Roma e Milano hanno fatto bene, le associazioni sono cresciute, ma è mancata un’azione unitaria.
Il movimento quindi reagisce a questo vento nero.
Sa, oggi ci troviamo in un contesto complesso: abbiamo un governo di destra in Italia e un ambiente internazionale (media, aziende, pressioni politiche) che spesso ci preoccupa. Credo che la svolta globale sia arrivata con l’elezione di Trump in America, che ha avuto effetti su tutto il movimento. L’anno scorso negli Stati Uniti molti grandi Pride sono stati parzialmente definanziati: penso a San Francisco e New York; in Italia questo fenomeno si è sentito meno, perché la diversity&inclusion aziendale sono arrivate qui più tardi. Alcune prassi che all’estero erano già consolidate sono solo ora presenti da noi, e con un effetto meno marcato. Mi lasci dire che però da noi il cittadino italiano difficilmente percepisce di vivere in un contesto “woke” o iper-progressista.
Cioè per lei non tutti sono cascati nelle narrazioni tossiche su “woke”, gender, eccetera?
In Italia la maggioranza delle persone sostiene le nostre battaglie, come il matrimonio egualitario e i diritti delle famiglie. La politica, però, non riesce a interpretare questo sentimento diffuso. Quest’anno vedremo come si comporteranno politica e aziende durante il Pride. Nel frattempo, associazioni come il Circolo Mieli e Arcigay portano avanti progetti continuativi e tutto l’anno lavorano costantemente per la comunità.
Parliamo di questi progetti. Il Circolo Mieli esiste da 43 anni: cosa fa di concreto?
Il Mieli offre un vero welfare di comunità: supporto legale, psicologico, orientamento al lavoro e la Rainbow Line. Cura la salute sessuale, il Centro PrEP e progetti culturali e giovanili, con attività teatrali, sociali e politiche. Tutto gratuitamente, sostenendo operatori e servizi senza finanziamenti pubblici stabili, a differenza di altre città europee.
Il Mieli è anche nel mirino della destra. Sono ripetuti gli attacchi al vostro circolo. Vi preoccupa?
Sì, lo sentiamo e ogni tanto ci pesa, non lo nascondo. Periodicamente riceviamo insulti anche fuori dal circolo, e ci riceviamo attacchi da gruppi neo-fascisti. Alcuni giornali e pagine come Welcome to Favelas diffondono odio e disinformazione. E poi ci sono noti episodi, come quello di Silvana De Mari, condannata per diffamazione aggravata. Senza contare le varie interrogazioni parlamentari contro le nostre attività. Nonostante questo, il nostro lavoro è riconosciuto dalle istituzioni, perché forniamo servizi essenziali alla comunità.
Ci parli dell’attacco che ha subito da parte di Welcome to Favelas.
Hanno diffuso disinformazione sui finanziamenti pubblici del Pride, come se fosse qualcosa di sospetto, ma in realtà è una pratica normale anche in altri eventi internazionali. Quello che mi ha colpito di più è stato l’attacco personale: hanno inventato la storia di una “talpa” dentro il Circolo Mieli e hanno detto che ero preoccupato della mia direzione, cosa completamente falsa. È un metodo orrendo, fatto di insulti e manipolazioni, usando foto ad hoc per colpire. A settembre, durante la festa nazionale di Avs, partecipavo a un dibattito sul patriarcato. Mentre rispondevo, qualcuno nel pubblico stava filmando: il video è stato tagliato e manipolato, pubblicando frasi come “c’è fika pure per i gay”.
Lei prima ha citato la Rainbow Line che aiuta le persone in difficoltà. Quali sono i numeri?
Le aggressioni non sono solo quelle che vanno sui giornali. Noi riceviamo 800 casi all’anno di omotransfobia. Molti non denunciano alle autorità per paura. C’è un under reporting spaventoso. Questa non è una percezione, sono numeri.
A proposito di numeri, vorrei parlare di lei e del Roma Pride, il Pride più numeroso d’Italia. Eppure non è privo di critiche: qualcuno dice che si è perso un po’ il senso della lotta, diventando “un carrozzone commerciale”. Lei che ne pensa?
È chiaro che i Pride hanno avuto una crescita esponenziale, anche seguendo fenomeni già visti oltreoceano. Il Roma Pride è ormai un evento tra i più grandi del paese. Quando un Pride diventa così grande, aumentano le complessità: sicurezza, logistica. Dietro ci sono volontari e attivisti che mettono a disposizione tempo ed energie senza compenso. Per questo ci siamo dotati di una struttura organizzativa solida, che cerchiamo di migliorare ogni anno, per rispondere anche alle critiche. Non si può accontentare tutti, ma possiamo comunicare meglio le attività che facciamo e che spesso non arrivano al pubblico. Il nostro obiettivo è riportare la lotta al centro del Roma Pride, senza rinunciare ai passi avanti. Cerco sempre di ascoltare le critiche e le istanze di tutti, ma bisogna considerare che organizzare un Pride richiede volontari, risorse e investimenti enormi: ogni anno ci rimettiamo economicamente, e la maggior parte delle persone non lo sa. Uno dei nostri grandi successi è stato il Villaggio Caracalla, unico nel suo genere: un mese di eventi gratuiti dalle 18 alle 2 del mattino, dove la comunità si incontra e dove il 95% delle persone Lgbt+ trovano lavoro e supporto.
Il Pride lo scorso anno ha dato anche ampio spazio a Francesca Pascale, le cui posizioni oggi fanno parecchio discutere. È stato un errore di valutazione?
Pascale è stata ospite l’anno scorso in un contenitore di interviste dove un comico aveva autonomia su chi intervistare. Lo spazio era nostro e ce ne assumiamo sicuramente la responsabilità. Dal mio punto di vista, la sua presenza è stata un grande bluff. Io stesso non ero particolarmente convinto. Non avremo più spazio per questo tipo di presenza. Il giorno del Pride mi chiamò perché voleva stare davanti allo striscione, quello che apre il corteo che regala molto visibilità. Le dissi di no. Ma vorrei aggiungere una cosa.
Prego.
Questo episodio mostra anche una realtà: ci sono gay di destra e gay conservatori. Lo sappiamo: se Meloni avesse posizioni diverse sul mondo Lgbt, ci sarebbero molti che la voterebbero. È una realtà che non si può negare.
Il Roma Pride fu anche accusato di non nominare il genocidio palestinese.
Nel nostro documento politico abbiamo parlato anche di Palestina. Dai carri si è ricordata la Palestina. I social alimentano spesso un dibattito tossico. Il Circolo Mieli, fin dai primi anni 2000 è stato tra i primi a recarsi a Gaza: nel nostro dna c’è sempre stata l’idea di unità tra i popoli. Nel nostro cuore ci sono Palestina, Iran, Ucraina e tutte le comunità che lottano per diritti e libertà.
Cosa possiamo aspettarci quest’anno?
Sarà un Pride che rimetterà al centro la comunità, un Pride di lotta politica, dove cercheremo di ascoltare le diverse anime del movimento. Roma è fatta di tanti “sanpietrini” e noi stessi veniamo da realtà diverse che però creano una strada nella città eterna: l’obiettivo è unirsi e ascoltarsi. Ci sarà la Pride Croisette, più lunga e spostata fino al 20 giugno, con un taglio molto internazionale. Sono previste diverse iniziative anche prima: una conferenza sui diritti umani a maggio e eventi diffusi in città. Il progetto Pride in the City con i municipi, per portare i temi della comunità anche dove è meno presente. Massima attenzione sarà riservata alle parole e al messaggio della comunità.
Cosa le preoccupa di più per il futuro?
Mi preoccupa che, con questo tipo di narrazione, la comunità possa essere sempre più osteggiata. Guardando a quanto accaduto in America, tentativi di annichilire i diritti delle persone Lgbt sono estremamente pericolosi. In Italia non si parla di fine vita, di sessualità, e chi vuole avere figli spesso deve andare all’estero. Non so se ci sarà un riscatto da parte della prossima generazione. L’Italia deve cambiare, altrimenti le persone se ne andranno. Altro che le persone che arrivano qui, sono le persone che se ne vanno il problema di questo paese. Già oggi molti gay migrano all’estero, dove ci si sente più tutelati e la vita è più sicura. In Italia, purtroppo, non abbiamo ancora nulla di paragonabile.
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