Da un lato gli avvocati dell'associazione Luca Coscioni e tre malati che chiedono venga ampliata la disciplina sul suicidio assistito, dall'altro l'avvocatura dello stato e due legali in rappresentanza di otto pazienti che, invece, si oppongono all’allargamento dei requisiti. 

Stamattina si è svolta nel Palazzo della Consulta un'udienza pubblica: la Corte costituzionale è stata chiamata a esprimersi – per l'ottava volta –  sul tema del fine vita e, in particolare, sulla necessità del requisito dei «trattamenti di sostegno vitale». 

L’udienza riguarda la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Gip di Bologna nel procedimento sul caso di Paola Ruffi, malata di Parkinson bolognese. La donna è stata accompagnata in Svizzera da Felicetta Maltese e Virginia Fiume, volontarie di Soccorso Civile, che si sono autodenunciate insieme a Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni: sono indagati per un reato punito con il carcere da 5 a 12 anni.

Al centro della decisione della Consulta, attesa fra almeno un mese, c'è uno dei quattro requisiti previsti per escludere il suicidio assistito. Secondo la sentenza 242/2019 della Corte costituzionale, infatti, una persona può accedere legalmente al suicidio assistito se è affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psichiche ritenute intollerabili, è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli ed è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale. Ruffi non possedeva quest’ultimo requisito. 

Fino a oggi è stata la giurisprudenza della Corte costituzionale a fissare il quadro giuridico in materia di fine vita, con la sentenza costituzionale capostipite del 2019 sul caso dj Fabo, poi precisata da un’altra sentenza nel 2024. «Siamo qui perché il Parlamento italiano non fa il proprio lavoro», ha sottolineato Cappato, a margine dell'udienza. 

«Chiediamo che si chiarisca che anche una persona completamente dipendente dall'assistenza di altri con patologie irreversibili e sofferenza insopportabile possa essere aiutata a morire senza soffrire. Continueremo con le azioni di disobbedienza civile fino a che questo diritto, in un modo o nell'altro, sarà chiarito una volta per tutte». 

Tra i presenti, anche i fratelli Marco e Carlo Gentili, entrambi affetti da Sla, e Roberto, paziente oncologico, ovvero le tre persone che chiedono l’allargamento dei requisiti. Hanno assistito all'udienza in una sala dedicata e hanno rilasciato delle dichiarazioni a margine, tramite il macchinario che usano per comunicare.

«Conviviamo con la Sla dall'infanzia –  raccontano i fratelli Gentili – Dipendiamo in tutto dall'assistenza di nostra madre e delle persone che ci aiutano ogni giorno». «Oggi non vogliamo morire», specificano, ma ritengono che «il riconoscimento di una libertà fondamentale non debba dipendere da uno specifico trattamento sanitario» e chiedono che, qualora scegliessero di morire, la loro situazione sia valutata «senza discriminazioni legate alla tipologia della malattia o delle cure ricevute».

I malati contrari parlano di un’opportunità spaventosa: «Noi vogliamo vivere, ma se ci date quella possibilità potrebbe essere più difficile resistere». Roberto, invece, che soffre di un tumore per cui fatica «a tollerare la vita per la perdita di autonomia e dignità», insiste sull’importanza di una legge. «L'Italia ha bisogno di una legge chiara – spiega – che apra senza incertezze la strada per porre fine alla propria vita quando comporta insopportabile sofferenza e perdita di autonomia e dignità». 

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