Il Consiglio di Stato conferma che lo stabilimento salernitano che produce tombini deve rimanere chiuso in attesa del giudizio del Tar. Quindi anni di battaglie del comitato che ha denunciato l’inquinamento e le morti di malattia. Già nel 2018 l’Arpac definiva «esiziali» i fumi della fabbrica. Nel 2025 è la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) a condannare lo stato italiano per la violazione del diritto alla salute. Finché la Regione nei mesi scorsi ha stabilito la chiusura
Quando Massimo ha scoperto di avere un tumore al cervello era passato solo un mese da quando suo padre se n’era andato, sempre a causa di un tumore. Anche il fratello e la madre si sono ammalati. Dopo anni di battaglie, si può dire che quella non fu solo sfortuna, ma la causa diretta della combustione di metalli ferrosi delle Fonderie Pisano, un’attività operativa dagli anni ‘50. Ci troviamo nella periferia sud-est di Salerno, nel quartiere di Fratte, dove Massimo e altri centinaia di nuclei familiari hanno vissuto per anni di fianco a quella che viene chiamata «la piccola Ilva».
Per Massimo, i residenti e gli operai di Salerno la fine della battaglia sembra avvicinarsi: lunedì 18 maggio il Consiglio di stato ha rigettato il ricorso della famiglia Pisano alla chiusura imposta dalla Regione. Ma non è ancora detta l’ultima parola.
I fumi che “invadevano la vita”
Inizialmente l’area dove operava la Fonderia – produttrice dei tombini che calpestiamo nelle nostre città – era in una zona industriale. Con lo sviluppo poi della città nella Valle dell'Irno, nel 2006 la zona viene classificata come residenziale e viene dato ordine di delocalizzazione. In cambio la famiglia Pisano ottiene il permesso di edificare e bonificare. I palazzi si moltiplicano, le famiglie crescono e anche i fumi della fabbrica; che però alla fine non si sposterà mai.
«Abitavo nella Piazza di Fratte, a un chilometro della Fonderia. Quando insieme agli altri residenti abbiamo iniziato a trovare polveri nere che con la calamita si spostavano, abbiamo capito che la situazione era grave», dice Lorenzo Forte, presidente del comitato Salute e Vita, nato nel 2003, e oggi candidato con M5s al consiglio comunale in vista delle prossime amministrative.
Con le morti, iniziano anche le mobilitazioni e dal 2012 al 2020 le proteste non sono mai cessate. Azioni fisiche di fronte alla fabbrica, cortei, e inchieste alla procura con i nominativi di oltre 250 persone morte. Ma bisognerà aspettare fino al 2017 per i primi studi scientifici.
In quell’anno la Regione Campania commissiona un biomonitoraggio, lo studio Spes (Studio di esposizione nella popolazione suscettibile) e i risultati, che escono gradualmente fino al 2020, raccontano una verità molto amara. Nei residenti entro tre chilometri dallo stabilimento, le concentrazioni di mercurio nel sangue risultano fino a cinque volte superiori rispetto alla media del resto della Campania, inclusa la Terra dei Fuochi. Ma anche cadmio e diossine.
Secondo l’opinione degli epidemiologi, quelle tracce sono riconducibili all’attività siderurgica. Un nesso confermato anche dalle perizie del Tribunale.
«Ci svegliavamo la mattina con la puzza di ferro e plastica che ci invadeva la vita», ricorda Massimo. «Alle 6 di ogni mattina partiva l'altoforno, le mie finestre tremavano fino a farmi svegliare. Aspettare quel momento era un gioco, non c’era sensibilità ambientale».
L’Arpac nel 2018 scrive che «i fumi causano pericolo immediato per la vita e l’ambiente», definendoli «esiziali» – quindi che provocano un danno irreparabile – per operai e chi vive intorno alla fabbrica. Questo porta alla chiusura della fabbrica per 45 giorni. I Pisano perdono il ricorso al Tar che impone l’ammodernamento strutturale, “revamping”, degli impianti per richiedere una nuova valutazione d’impatto ambientale. «Erano scaduti i tempi per la Valutazione di impatto ambientale, però gli impianti erano sempre gli stessi. Pisano continuava a lavorare mentre noi venivamo avvelenati», dice Lorenzo Forte.
I fumi istituzionali
Nonostante questi dati, nel 2020 la Regione guidata al tempo da Vincenzo De Luca, rilascia l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) ai Pisano per 12 anni, l’autorizzazione necessaria in questi casi per portare avanti le attività. Lo stesso presidente pubblicamente non si sprecava nel ritenere le Fonderie inquinanti, pericolose e sostenere la chiusura. «La politica era dalla parte delle Fonderie al tempo», sostiene Forte.
Servirà infatti l’Arpac di Caserta nel 2015 per le prime relazioni che mettono in luce che il modo e le cose che si bruciavano dentro la struttura, che gli abitanti chiamano “inferno”, erano pericolose. Quel giorno un funzionario dell’Arpac rischiò di soffocare dal monossido di carbonio nell’area che stava analizzando. La magistratura aprì quindi un’inchiesta accusando l’Arpac di Salerno, fino a quel momento in silenzio, di collusione.
Quando la cugina di Massimo, Martina, si accampa per due mesi di fronte alla fabbrica, viene aggredita insieme a dei giornalisti di Fanpage. Era il 2016 e a Matteo Zagaria, anche lui in mobilitazione con Martina, Lorenzo e Massimo e suo padre, e il resto del comitato, i Pisano offrirono del denaro come patteggiamento per tirarsi indietro. Lui rifiuta.
Un cambio di pagina
Nel 2025 finalmente si inizia a cambiare pagina quando la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) condanna lo stato italiano per violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare. «Eravamo in connessione con l’Ilva, con la terra dei fuochi, univamo le lotte. Grazie a questo scopro il ricorso alla Cedu» spiega Lorenzo Forte, che è il primo firmatario dei 150 cittadini che hanno portato a Strasburgo il caso di Fratte.
«È come se Salerno avesse un cancro metastatico che nessuno aveva mai voluto affrontare, sono dovuti arrivare da Strasburgo per darci ragione» dice con rammarico Massimo.
La Regione così non ha più concesso l’Aia alle Fonderie, che dal 25 marzo sono chiuse, «dopo solo sei giorni che la fabbrica era chiusa i metalli nell’aria sono calati del 33%», dice Forte.
La famiglia Pisano ha così fatto ricorso prima al Tar, poi a un giudice e infine al Consiglio di Stato, che lunedì 18 maggio si è espresso. La sentenza del Consiglio non fa sconti, sulla stessa linea della Cedu afferma che il diritto alla salute vale di più del diritto al lavoro, a cui si può venire incontro attraverso per esempio il processo di cassa integrazione. Il Consiglio va incontro alla famiglia riducendo i tempi entro cui si deve esprimere il Tar come valutazione finale: lo farà questo autunno invece che tra due anni. Quella sarà l’ultima frontiera.
«Anche il Consiglio di Stato conferma la chiusura delle Fonderie Pisano, riconoscendo le ragioni di una comunità, quella della Valle dell'Irno, esposta agli effetti di un'azienda che non ha avuto la lungimiranza di investire in ricerca e innovazione per mettere al sicuro contemporaneamente cittadini, lavoratori e produzioni», commenta in una nota Mariateresa Imparato, presidente regionale Legambiente.
Nello stesso giorno a Roma si è tenuto anche un incontro per discutere la localizzazione di eventuali nuovi impianti green, un’iniziativa che ha già raccolto l’interesse del ministero delle Imprese e del Made in Italy e che riguarda il futuro occupazionale di 140 persone e la salute di un’intera città. Nel corso dell’incontro, il Ministero ha ribadito la massima attenzione affinché non vengano disperse le competenze e il valore industriale di una realtà strategica per il tessuto produttivo campano e nazionale. «Non possiamo perdere una realtà produttiva come questa», ha detto il ministro Adolfo Urso. Con il coinvolgimento di Invitalia, il ministero vuole sostenere il progetto un nuovo impianto green «indispensabile – si legge in una nota – per garantire prospettive industriali sostenibili e pienamente compatibili con la tutela della salute dei cittadini e dei lavoratori».
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