Non è più solo un’ipotesi di corridoio, ma una spallata frontale quella che Forza Italia, con la benedizione della Lega e il silenzio di Fratelli d’Italia, ha sferrato al cuore del Servizio sanitario nazionale qualche giorno fa, nella Sala Colletti della Camera. La riforma di legge presentata dagli azzurri punta a superare il principio dell’esclusività del rapporto di lavoro dei medici, cancellando il vincolo introdotto e rafforzato con la riforma Bindi. Tecnicamente, l’intervento mira a scardinare l’articolo 4 della legge 412 del 1991; la proposta di abolire il vincolo di incompatibilità che oggi impedisce ai medici dipendenti del Servizio sanitario nazionale di lavorare in altre strutture pubbliche o convenzionate.

A presentarla è stato il gotha di Forza Italia, con la partecipazione dei principali vertici del partito: il ministro degli Affari Esteri e segretario nazionale Antonio Tajani, Letizia Moratti, presidente della Consulta nazionale di Forza Italia ed europarlamentare, Paolo Barelli, presidente dei deputati alla Camera, Maurizio Gasparri, e Ugo Cappellacci, presidente della Commissione Affari Sociali della Camera e responsabile Sanità del partito.

Una proposta di riforma strutturale che è stata messa nero su bianco e assunto i tratti di un vero e proprio direttorio sulla salute, dove gli azzurri si sono intestati la regia del cambiamento alla presenza di un ministro della Salute, Orazio Schillaci, apparso più come un notaio della nuova linea che come un difensore del servizio sanitario nazionale.

il medico multitasking

L'idea è quella di trasformare il medico in un fornitore di prestazioni "freelance" all'interno del sistema allargato, superando il vincolo delle 38 ore e il divieto di cumulo degli incarichi. Ma, sotto lo slogan della «flessibilità» e della «valorizzazione dei professionisti», si apre alla figura del medico «multitasking», libero di lavorare nel Servizio sanitario nazionale e, fuori dall’orario di servizio, anche in cliniche private o strutture convenzionate.

Paolo Barelli, capogruppo azzurro alla Camera, lo ha detto senza giri di parole: l'incompatibilità è un "laccio" anacronistico che va tagliato. Secondo la visione di Forza Italia, permettere a un medico ospedaliero di lavorare oltre l'orario in altre strutture non solo tratterrebbe i professionisti in fuga verso l'estero, ma garantirebbe milioni di prestazioni aggiuntive per svuotare le liste d'attesa.

Letizia Moratti ha supportato questa narrazione con la freddezza delle statistiche, ricordando i 40.000 medici persi in un decennio e la necessità di "riempire" le Case di comunità del Pnrr che, senza questa deroga, rischierebbero di restare senza personale. Un calcolo ottimistico che ignora il nodo centrale: quelle ore in più non sono vincolate al pubblico e finiranno dove il mercato paga di più.

Lo stesso Schillaci ha avallato la tesi, descrivendo il contratto fisso nel pubblico come un relitto del passato. Il segretario di Forza Italia, il ministro Antonio Tajani ha poi chiarito il percorso: «Durante la legge di stabilità abbiamo presentato un emendamento con il ministro. Si è convenuto che la materia dell’incompatibilità è di tale rilevanza che metterla tra i 100.000 commi della legge di stabilità era un modo poco nitido dal punto di vista legislativo. Si è convenuto di farne oggetto di un’iniziativa apposita».

Infine Ugo Cappellacci ha annunciato un calendario di 31 audizioni che tradisce l'urgenza politica di blindare la riforma prima che il dibattito si infiammi.

Il cuore del problema

Intanto sullo sfondo si delinea un quadro politico ormai definito. La Lega, per bocca della deputata Simona Loizzo, ha rivendicato a Domani la scelta di campo, con parole che non lasciano spazio a interpretazioni: «La legge Bindi è desueta e penalizzante». Quanto alla posizione di Fratelli d’Italia, la risposta è stata altrettanto esplicita: «Ognuno è vicino al popolo degli elettori che ci ha votato».

Ma la riforma la riforma targata Forza Italia-Lega sembra voler curare il sintomo ignorando la malattia. Il blitz legislativo sull'esclusività medica evita, infatti, di parlare del cuore del problema: ossia stipendi al palo, carichi di lavoro insostenibili e condizioni operative sempre più degradate che stanno svuotando le corsie degli ospedali pubblici.

Il rischio è che il Servizio sanitario nazionale si trasformi in una palestra formativa per il settore privato: lo stato investe nella formazione, garantisce stipendi e tutele, ma tempo ed energie dei professionisti vengono progressivamente dirottati dove i compensi sono più elevati, trasformando gli ospedali pubblici in gusci vuoti.

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