«Vi auguro di non essere mai indagati, imputati, persone offese, ma soprattutto vi auguro di non essere mai testimoni in un processo». Con questo auspicio, il giudice del tribunale di Roma, Alfonso Sabella, racconta una delle criticità del sistema processuale italiano. La riforma farsa della giustizia non incide in nessun modo sul funzionamento della macchina, non cancella le storture, non migliora di una virgola la vita a chi finisce malauguratamente nell’inferno giustizia. Sabella, al prossimo referendum, voterà no e racconta quello che non funziona. 

«In Italia chi diventa testimone, in un caso di falso incidente, suo malgrado può vedere la vita rivoluzionata, chiaramente in negativo. Per come funziona oggi la giustizia, il testimone deve spostarsi in una delle città italiane dove hanno sede le assicurazioni: Milano, Roma o Trieste», racconta Sabella. 

In pratica la norma prevede che il dibattimento si svolga dove ha sede la compagnia assicurativa e non dove è stato denunciato il fatto. «Ci vorrebbe solo una piccola modifica, ma non viene introdotta dal legislatore. Il testimone che vive in Sicilia o in Liguria deve recarsi in tribunale in treno, molto difficilmente otterrà il rimborso e per la giornata riceverà 1,63 euro di indennità per tutti i disagi. A quel punto il testimone arriva in aula e si trova un legittimo impedimento di un difensore. A quel punto l’amara sorpresa con l’udienza rinviata».

E cosa succede dopo? «Il testimone deve tornare e se non torna io giudice devo disporre il suo accompagnamento coattivo. E il testimone con chi se la prende? Con me che sono il giudice, che ci metto la faccia, non con chi vuole che il sistema non funzioni. Così si dice la giustizia non funziona e la colpa è dei giudici. Eppure basterebbe una piccola modifica, ma il legislatore non la introduce», conclude Sabella. Una modifica che eviterebbe a sfortunati cittadini diventati testimoni di attraversare l’Italia anche quattro o cinque volte. 

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