Nell’inchiesta della procura di Roma che coinvolge dieci agenti del reparto della polizia penitenziaria in servizio a Casal del Marmo, due di loro sarebbero accusati di tortura. Senza nulla togliere alla presunzione di innocenza, il dato è molto preoccupante. Non solo perché sembra un’eco sinistra dell’inchiesta milanese, arrivata a stampa e giornali nel 2024, che contesta gli stessi reati. È di questi giorni la celebrazione del processo con più di quaranta indagati tra il personale dell’Istituto penale per i minorenni (Ipm) Cesare Beccaria.

La preoccupazione viene confermata dalla sequenza di notizie: alla consegna dell’ottavo report di Antigone sulla giustizia minorile a febbraio ha fatto seguito la presentazione del rapporto sulla giustizia minorile da parte del ministero della Giustizia. Il documento ministeriale conferma che la maggioranza dei minori e dei giovani adulti detenuti negli Ipm non stanno beneficiando di una progettazione adeguata: le strutture esistenti, inclusi gli organici, sono pensati per altri numeri e per tempi di detenzione più lunghi.

È emerso poi lo stato al limite dell’Ipm Malaspina di Palermo e dell’omologo bolognese del Pratello: strutture datate, dove alla carenza di progettualità e di personale si aggiunge la manutenzione carente. A seguito delle segnalazioni da parte della stampa, è stata indetta un’agitazione sindacale degli agenti penitenziari, rientrata per l’intervento del capo-dipartimento, Antonio Sangermano.

Il mese scorso, lo stesso capo-dipartimento aveva diramato una nota in cui ribadiva e dettagliava il ruolo determinante svolto proprio dal dipartimento per la giustizia minorile, da lui diretto, per l’avvio dell’inchiesta romana. Aveva inoltre giustificato i provvedimenti amministrativi presi per l’Ipm romano, segnalando che «tutte le attività sono state svolte nel rigoroso rispetto della legge, con spirito di trasparenza e con la costante finalità di garantire legalità, tutela dei minori e corretto funzionamento dell’istituto».

Questo spirito d’iniziativa avrebbe trovato conferma anche nell’esito positivo dell’interlocuzione coi sindacati penitenziari, per quanto il livello del confronto sembra costantemente innalzarsi.

Non più extrema ratio

Mentre le inchieste e i processi fanno il loro corso nell’accertare le responsabilità, è chiaro, a chiunque lavori in quei contesti, che manca un autentico pensiero legislativo, oltre che pedagogico, sulla giustizia minorile.

Un’assenza che va ben oltre il decreto legge del 2023, cosiddetto “Caivano”. Sicuramente danno una sintesi chiara le cifre: gli ingressi negli Ipm sono passati dagli 813 del 2021 ai 1.197 del 2025. Un aumento che ha portato alla riapertura di un carcere minorile a L’Aquila, e poi all’apertura di nuovi Ipm a Lecce e Santa Maria Capua Vetere, e al trasferimento-ampliamento a Rovigo di quello di Treviso. Sul sito del ministero della Giustizia, però, se ne contano ancora solo 17.

La detenzione dei minori autori di reato non è più percepita come “caso-limite” dalla società italiana: anzi, il dibattito pubblico ha inasprito sempre più i toni nei confronti di chi compie reati prima dei 18 anni.

I termini violenti e insultanti con cui vengono definiti i minori autori di reato sempre più spesso sono stati accettati dai mezzi d’informazione tradizionali. L’inflazione del linguaggio violento, fomentata da chi dalla tastiera chiede pene severe, ha alla fine orientato la volontà del legislatore. In questo contesto segnato dall’insulto pubblico e dalla violenza verbale incoraggiata, come può funzionare la giustizia minorile?

Il sistema penitenziario minorile era pensato per numeri ridotti, e questo è chiaro anche dalle strutture attualmente esistenti. Questo sistema si scopre oggi, dopo tanti anni di legislazione e dopo queste due inchieste, ancora essenzialmente ambiguo.

La precedente legislazione e la letteratura pedagogica disegnavano l’istituto penale per i minorenni con un’intensa attività lavorativa, scolastica e professionalizzante. Oggi, però, qualcuno vorrebbe di nuovo un carcere minorile fatto per nascondere in cella chi ha ricevuto una condanna ma soprattutto il pesante insulto della società. Cioè? Meno scuola, meno lavoro, meno professionalizzazione e pochissima socialità. Una copia in miniatura del carcere degli adulti, segnato dal “fatti i fatti tuoi” e “fatti la galera”: lì, scuola, lavoro, socialità e professionalità sono riservati a pochissime persone.

Ritrovare la propria identità

Il carcere degli adulti, fatti salvi alcuni casi virtuosi, ha mostrato tutta la sua difficoltà a evitare il ciclo delle recidive e tuttora non riesce a spezzare la catena della violenza né le reti criminali. Basta far presente questo, quindi, per aver chiaro che «proteggere l’infanzia e la gioventù», come richiede l’articolo 31 della Costituzione, anche quando la gioventù è autrice di reati, significa soprattutto portarla al più presto al di fuori da queste logiche criminali: con l’istruzione, con la professionalità e con il lavoro.

Quando la legge lo prevede, anche con l’Ipm, con la “quasi terribile” detenzione. Una giustizia minorile efficace, insieme ad un’istruzione qualificante, può davvero contribuire a invertire la rotta dei comportamenti devianti. La giovane generazione attuale arriva purtroppo in prima pagina solamente come autrice di reati, sempre definita con insulti animaleschi e ritratta come dipendente da telefoni, sostanze e comportamenti devianti.

A rispondere a questo «pieno sviluppo della personalità umana» sono chiamati non solo educazione, giustizia e istruzione. Quest’impegno spetta a tutta la società: chiama a una responsabilità di fronte alle vite che sembrano già scritte dal destino criminale, mentre una società indurita vuole ridurle ad alcuni comportamenti devianti.

Una giustizia minorile che funziona, infatti, permette a ogni minore autore di reato di ritrovare una propria identità oltre il reato. Significa ridare la possibilità di scoprire un lavoro, sedersi a scuola, di cominciare un lavoro e di coltivare passioni sportive. Questo non solo per il senso di umanità, ma soprattutto per la pari dignità sociale che spetta a tutti. In questo disegno previsto dalla Costituzione, non c’è posto solo per l’agire criminale e per la tortura.

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