Dopo James Cameron, anche il regista italoamericano diventa socio di una start up di Ia generativa. L’uso degli agenti artificiali nel cinema esalta metà dei cineasti e terrorizza la parte restante, mentre attori e sceneggiatori sono stati i primi a manifestare per ottenere tutele
Paul Schrader, Robert De Niro e ora Martin Scorsese. Nel giro di tre settimane, il trio di maestri del cinema che 50 anni fa diede vita a Taxi Driver ha fatto parlare di sé per lo stesso motivo: l’intelligenza artificiale. Il primo è stato lasciato da una fidanzata Ia, il secondo è il fondatore del Tribeca Film Festival di New York, in corso dal 3 giugno, ovvero il primo grande festival al mondo a inserire in concorso un film realizzato al 100 per cento con l’Ia. Scorsese, dal canto suo, ha reso noto di essere diventato socio e consulente di Black Forest Labs, una startup tedesca di Ia generativa.
Dopo anni di polemiche contro i cinecomics e il cinema preconfezionato, il regista di Quei bravi ragazzi ha assunto l’improbabile volto della Hollywood tecno-ottimista, ma non tutti i cineasti della prima ora sono entusiasti dell’ingresso nei set degli algoritmi intelligenti.
Da Hayao Miyazaki a Guillermo del Toro, il partito dei registi critici ribolle e dal 2023 gli scioperi di attori e sceneggiatori di Hollywood hanno puntato i riflettori sui possibili danni ai lavoratori del settore.
I registi favorevoli
Non è la prima volta che Martin Scorsese si dimostra aperto alle novità tecnologiche: nel 2019, per esempio, in The Irishman è stata usata la tecnica del ringiovanimento digitale per diversi personaggi, tra cui il protagonista De Niro, ma nello stesso anno, in un’intervista a GQ Usa aveva detto: «Penso che il contenuto prefabbricato non sia davvero cinema: è come se a fare i film ci fosse l'intelligenza artificiale». Dal 2025 la novità: il regista italoamericano la sta usando per la creazione degli storyboard nella fase di pre-produzione del suo nuovo film. «Mi interessa l'intersezione tra tecnologia e storytelling - ha dichiarato -. Ricordate, il cinema ha solo 125 anni, è un mezzo di comunicazione giovane, quindi dobbiamo essere aperti alle sue evoluzioni».
Seguono la stessa linea il maestro del body horror David Cronenberg, che ha aperto le porte all’Ia nel suo ultimo film The Shrouds, e James Cameron. Il regista di Avatar e Terminator dal 2024 è nel board della società Stability AI, con l'obiettivo dichiarato di dimezzare i costi di produzione dei blockbuster, al doppio della velocità. Secondo Cameron, che si è detto «inorridito dagli attori artificiali», il progresso degli strumenti Ia valorizzerà l’unicità della creatività umana: «L'atto della performance, l'atto di vedere un artista creare in tempo reale, diventerà sacro».
La lista dei cineasti favorevoli continua, ma con posizioni più caute. Sono i casi di Christopher Nolan e Steven Spielberg, ottimisti sulle potenzialità del mezzo come supporto tecnico, senza rinunciare alla responsabilità umana.
Barricate e scetticismi
Dall’altro lato della barricata, uno degli antagonisti più combattivi è Hayao Miyazaki. Nel 2016, davanti a un’animazione di Ia generativa mostrata da alcuni ricercatori, il premio Oscar giapponese ha risposto: «È un insulto alla vita stessa, non vorrei mai incorporare questa tecnologia nel mio lavoro». Nove anni dopo, i social sono stati invasi dai filtri Ia che simulavano la versione “Studio Ghibli” di amici e coppiette, con evidenti problemi di diritto d’autore. Non sappiamo, tuttavia, come abbia reagito Miyazaki.
Quando ai Gotham Awards del 2025, è stato premiato Guillermo del Toro, regista di Frankenstein, le sue ultime parole sul palco sono state «Fuck AI!». Il disprezzo nutrito dal cineasta messicano per l’Ia non è una novità e, come per Miyazaki, nasce come reazione difensiva a una rivoluzione tecnologica che potrebbe mettere a repentaglio lo spazio protetto della creatività umana.
C’è anche chi, invece, come David Fincher, è convinto che al momento i risultati creativi dell’Ia siano piuttosto bassi, come copie di originali inarrivabili: «Ho degli amici fotografi che si divertono a sperimentare con l'intelligenza artificiale. Il risultato sembra sempre una versione scadente di Roger Deakins», ha detto in un’intervista a British GQ.
Le proteste sindacali
Accanto ai grandi nomi, i trascinatori del dibattito sono i sindacati degli sceneggiatori (Wga) e degli attori americani (Sag-Aftra). In entrambi i casi, l’obiettivo degli scioperi è stata la tutela di fronte alle ingerenze dell’Ia. In primo luogo, l’addestramento degli algoritmi attraverso i “pasti gratis” dei lavori fatti e finiti dagli sceneggiatori, senza il loro consenso. Per quanto riguarda gli attori, l’altro grande tema è l’uso opaco di volti, voci e movimenti estratti da un prodotto filmico e usati per addestrare modelli generativi o sviluppare personaggi videoludici.
La disputa rimane aperta, nonostante alcune vittorie da ricordare. Nel 2023, dopo 148 giorni di protesta, Wga aveva ratificato il contratto triennale con gli Studios, poi confermato fino al 2030, con diverse vittorie, tra cui aumenti salariali e un regolamento sull'uso dell'Ia. Non c’è traccia, però, di divieti sull’allenamento degli algoritmi.
Si avvicina anche il nuovo accordo sulle tutele specifiche per l’utilizzo delle repliche digitali e dei personaggi generati dall’Ia. Secondo il capo negoziatore sindacale, Duncan Crabtree-Ireland, i negoziati con gli Studios e le piattaforme di streaming sono positivi. Il nuovo contratto non vieta l’uso dell’Ia, ma stabilisce che qualsiasi replica digitale di un artista possa essere realizzata solo con il consenso informato dell’interessato e con un equo compenso. Il voto finale è atteso entro le 23 di giovedì 4 giugno.
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