Nell’aula del tribunale abruzzese, gremita di sostenitori in attesa della sentenza, la decisione è stata accolta da proteste e cori. Nonostante l’assoluzione di due imputati su tre, la sentenza è una vittoria a metà: Anan è stato condannato per terrorismo.
Cinque anni e sei mesi per Anan Yaeesh, assoluzione per Ali Irar e Mansour Doghmosh. Così ha deciso la Corte d’Assise dell’Aquila, presieduta dal giudice Giuseppe Romano Gargarella, chiudendo il processo iniziato lo scorso aprile a carico di tre cittadini palestinesi imputati di terrorismo internazionale.
Nell’aula del tribunale abruzzese, gremita di sostenitori in attesa della sentenza, la decisione è stata accolta da proteste e cori. Nonostante l’assoluzione di due imputati su tre, la sentenza è una vittoria a metà: Anan è stato condannato per terrorismo.
La difesa aveva, invece, tentato di far valere la Risoluzione Onu 37/42 del 1982, che legittima la resistenza armata nei contesti di occupazione, a patto che le azioni non colpiscano soggetti estranei al conflitto. «Anan è stato condannato come coordinatore di un'organizzazione terroristica anche senza alcun elemento che dimostri che le Brigate di Risposta Rapida di Tulkarem avessero voluto attaccare i coloni», ha dichiarato uno degli avvocati della difesa, Flavio Rossi Albertini.
Infatti, gran parte del dibattimento si è incentrata su una presunta azione rivolta all’insediamento illegale di Avei Hefetz, in Cisgiordania. Il colpo, però, non si è mai verificato e la difesa ha dimostrato la presenza, all’interno della colonia, di una base militare di ben 30 edifici, considerato un possibile obiettivo.
La vicenda
Yaeesh era stato tratto in custodia cautelare il 27 gennaio 2024, quando il governo italiano aveva accolto la richiesta di estradizione israeliana a suo carico, trasmettendola alla Corte d’Appello dell’Aquila. Mentre il tribunale abruzzese decideva sulla sua sorte, dichiarandolo poi inestradabile, è scattato un procedimento italiano che ha coinvolto altri due palestinesi residenti a L’Aquila, Ali Irar e Mansour Doghmosh.
Così, anche se l’estradizione non è avvenuta, Anan è rimasto in carcere ed è stato imputato degli stessi capi di accusa avanzati da Israele, ovvero la partecipazione al gruppo di risposta rapida delle Brigate Tulkarem.
Fin dall’inizio del procedimento, il coinvolgimento di Ali e Mansour ha sollevato molti dubbi, data la debolezza dell’impianto accusatorio a loro carico confermata dalla sentenza.
«Sapevamo fin dall’inizio che il coinvolgimento di Mansour e di Ali fosse strumentale per creare una cortina di fumo intorno a un'indagine che si sovrapponeva alla richiesta israeliana», prosegue l’avvocato Rossi Albertini. D’altronde anche la Corte di Cassazione aveva già interrotto la custodia cautelare di Ali e Mansour perché non sussistevano gravi indizi di colpevolezza.
Lo stesso Irar commenta la sentenza a Domani: «Sono stati due anni difficili, in cui la mia vita è stata sospesa. Ora finalmente posso guardare al futuro, nella speranza che venga fatta giustizia anche per Anan», afferma.
Gli altri casi in Italia
Come a ogni udienza del processo centinaia di solidali si sono radunati in presidio fuori dal tribunale. Tra loro c’erano anche i Giovani Palestinesi d’Italia: «La condanna di Anan sancisce un precedente in cui la resistenza del nostro popolo viene condannata all’estero e etichettata come terrorismo», dicono Tarek e Leila.
Il processo ad Anan, Ali e Mansour si colloca nel più ampio contesto dei procedimenti scattati in Italia contro persone solidali con la Palestina all’indomani del 7 ottobre 2023, dove la repressione della solidarietà si è concretizzata in espulsioni, trattenimenti in Cpr, fogli di via e arresti in custodia cautelare. E, nel caso di Anan, tramutati in condanne.
Nello stesso giorno della sentenza della Corte d’Assise dell’Aquila, a Genova, si discute il ricorso alle custodie cautelari delle 9 persone arrestate (di cui due latitanti) il 27 dicembre scorso, tra cui il leader pro Pal Mohammad Hannoun. Secondo l’accusa attraverso associazioni benefiche italiane avrebbero finanziato Hamas.
E ancora, Ahmad Salem, palestinese nato in Libano, è stato arrestato poco meno di un anno fa dopo che, durante la commissione territoriale per esaminare la sua richiesta d’asilo, gli è stato sequestrato il telefono e sono stati trovati video di azioni armate palestinesi, per i quali è accusato di istigazione a delinquere e auto-addestramento con finalità di terrorismo.
«Quanto accaduto in questi due anni è sintomo della spinta repressiva del governo Meloni verso la mobilitazione in solidarietà con la Palestina, soprattutto dopo la conversione in legge del Decreto Sicurezza», aggiungono i Giovani Palestinesi.
Le motivazioni della sentenza saranno pubbliche tra 90 giorni. Nonostante la pm avesse chiesto oltre il doppio, 12 anni, gli avvocati non si accontentano della pena minima: «Attendiamo di conoscere le ragioni della condanna di Anan emessa dalla Corte d'assise, dopodiché proporremo sicuramente appello», conclude l’avvocato.
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