Quel drammatico evento, infatti, oltre ai troppi morti – che vanno ricordati e pianti – ha saputo dare avvio a importanti evoluzioni nel campo della progettazione e della gestione degli impianti nucleari, di cui il pubblico dovrebbe essere reso edotto
Nel 2019 la serie televisiva Chernobyl ha riportato all’attenzione pubblica il disastro che segnò irrimediabilmente la coscienza europea del tardo Novecento. L’opera ricostruisce le fasi principali dell’incidente e le sue conseguenze sulla popolazione locale: da un lato le vittime dirette e i soggetti colpiti da sindrome acuta da radiazioni, dall’altro le decine di migliaia di persone evacuate in tempi rapidi e costrette ad abbandonare definitivamente le proprie abitazioni.
Significativo, però, è che la serie, da molti acclamata per la sua resa cruda e le ambientazioni plumbee, calchi la mano su elementi di dubbia plausibilità, come se, persino davanti a una tragedia di tanto immane portata, le ragioni dello scalpore sopravanzassero l’ideale di un’informazione sì di intrattenimento, ma pur sempre esatta. In particolare, offre un quadro esasperato delle ustioni da radiazione e affresca i soggetti esposti come se potessero risultare contagiosi, quasi la radiazione fosse una malattia virale.
Non che la cosiddetta “radiofobia” fosse una licenza narrativa degli autori. Dopo il disastro, timori ingiustificati circa la presunta contagiosità dell’esposizione contribuirono a fenomeni di stigmatizzazione sociale degli evacuati, incidendo finanche sulle possibilità di accoglienza e assistenza, in particolare per i minori. Ma questo offre una ragione in più, se mai ce ne fosse bisogno, per adottare una lente diversa con cui accostarsi a quella tragedia senza precedenti.
L’incidente
La centrale nucleare, ufficialmente intitolata a Lenin, entrò in funzione nel 1977. I primi quattro reattori furono costruiti e messi in esercizio tra il 1977 e il 1983; ulteriori unità erano in costruzione al momento dell’incidente. L’impianto rappresentava una componente rilevante del sistema energetico ucraino, contribuendo in misura significativa – stimata intorno al 10 per cento della produzione elettrica nazionale – all’approvvigionamento energetico della repubblica sovietica.
La costruzione della centrale si inseriva nel più ampio piano di sviluppo dell’energia nucleare civile promosso dall’Unione Sovietica a partire dagli anni Sessanta, in un contesto di competizione tecnologica con le potenze occidentali, oltreché di crescente domanda interna di energia. Nel 1970 l’allora 34enne ingegnere Viktor Brjuchanov fu chiamato a supervisionare la realizzazione dell’impianto e della città di Prypjat, destinata a ospitare i lavoratori e le loro famiglie.
Le richieste sempre più pressanti del governo di Mosca di ottimizzare la produzione nel minor tempo possibile costrinsero Brjuchanov a scelte di compromesso sulle risorse impiegate e sulla gestione del processo di costruzione: la presenza di materiali bituminosi infiammabili negli edifici della centrale e l’impiego di cemento di scarsa qualità aggravarono le già forti difformità strutturali rispetto al disegno originale.
Nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986, il personale addetto al reattore n. 4 avviò un test di sicurezza. L’obiettivo era stimare la tenuta del sistema di raffreddamento del reattore in caso di improvvisa interruzione della corrente elettrica. La gestione piuttosto maldestra, congiunta ai difetti nella progettazione delle barre di controllo, risultò fatale. Alle ore 01:23 l’aumento di potenza del reattore, salito nel volgere di pochi secondi ben oltre i limiti previsti, vaporizzò l’acqua di raffreddamento, provocando una violenta esplosione che fece saltare la struttura protettiva superiore e causò quindi la distruzione dell’intero edificio. L’incendio che ne derivò fece rapidamente diffondere una nube radioattiva nelle zone limitrofe, che si propagò su gran parte dell’Europa.
Se, come dimostrano le imprecisioni della serie tv, ancora oggi subiamo gli effetti di una mancata elaborazione collettiva della catastrofe, ciò è dovuto innanzitutto al modo in cui essa venne narrata – modo segnato dalla volontà di destare passioni forti e viva repulsione, anziché dal dovere primigenio di diffondere informazioni approfondite sull’evento.
In primo luogo, responsabile fu l’Unione Sovietica, il cui interesse principale era difendere la propria immagine di superpotenza e quindi limitare e filtrare la trasmissione delle notizie. In secondo luogo, le popolazioni europee (e in particolare l’Italia), animate da una diffusa e istintiva pulsione antinucleare, che affondava le proprie radici nella paura. Il “virus” che infettò governi e cittadinanza fu quello del clamore disinformato, del desiderio di prendere posizione al di là di una valutazione ponderata dei fattori sottesi all’incidente.
Dibattiti depoliticizzati
Eppure, l’uso del tempo passato in questa ricostruzione potrebbe risultare fuorviante. Ancora oggi il dibattito sull’uso civile del nucleare risente di polarizzazioni ideologiche altamente dannose per la riflessione pubblica. Come troppe scelte collettive, anche quelle relative all’energia, all’ambiente e alla salute sono costrette dal ritorno di una politica agonistica e partigiana.
Se un segnale di questo irrigidimento è, come spesso accade, l’amministrazione Trump, il cui segretario della Salute, Robert F. Kennedy Jr., costituisce l’emblema di una postura ostile a parte ampia della comunità scientifica, anche in Italia, specie a sinistra, caldeggiare il ripensamento delle politiche sul nucleare viene talvolta interpretato come il prodromo silente di uno scivolamento a destra.
Di contro a questa cattura iperpolitica, Chernobyl insegna che temi dirimenti come il nucleare andrebbero depoliticizzati e restituiti a una sfera pubblica schermata dagli effetti di contrapposizione ideologica. Quel drammatico evento, infatti, oltre ai troppi morti – che vanno ricordati e pianti – ha saputo dare avvio a importanti evoluzioni nel campo della progettazione e della gestione degli impianti nucleari, di cui il pubblico dovrebbe essere reso edotto.
Penso, in particolare, al principio della cosiddetta “difesa in profondità”, che assicura la predisposizione di sistemi di contenimento multilivello: considerazioni senza le quali nessuna deliberazione pubblica sul nucleare potrebbe considerarsi consapevole e piena.
A seguito dell’incidente, il governo di Mosca effettuò pervasive attività di censura sulla portata dell’incidente, in special modo sul grado di contaminazione territoriale, nonché sistematiche falsificazioni delle cartelle cliniche, dove spesso figurava la dicitura “distonia vegeto-vascolare”.
In direzione opposta, chi scrive estende un invito accorato a politica e media a promuovere un concetto forte di decisione collettiva, secondo cui l’intera cittadinanza deve poter incidere in modo consapevole sul lavoro del parlamento. Specie (ma non solo) per quanto riguarda scelte strategiche, in grado di valere su un progetto condiviso di società, il cittadino non può essere trattato come mero prestatore di consenso, ridotto, fuori dall’urna, a semplice spettatore da intrattenere (e, se del caso, ingannare), ma come decisore tra decisori, chiamato a valutare le strategie più ponderate ed efficaci per l’impiego delle risorse pubbliche.
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