Nella periferia est di Roma una rete di volontari che fornisce supporto a chi ha lasciato la Striscia attraverso i corridoi umanitari ha organizzato un pasto comunitario. Un momento intimo per andare oltre i traumi della guerra e tornare a una parvenza di normalità
Manca più di mezz’ora all’Iftar quando donne, uomini e bambini prendono posto ai tavoli. Due ragazzi aiutano ad addobbare la sala con palloncini, decorazioni e candele, mentre altri si sbrigano ad apparecchiare prima del tramonto. Una scritta recita: «Ramadan Moubarak».
Sui tavoli ci sono datteri, latte e succhi di frutta. Tutto il necessario per spezzare una lunga giornata di digiuno. Una decina di bambini corrono e giocano sul prato del parco Bergamini, nella periferia Est di Roma. Per loro c’è un clima di festa dopo mesi di traumi, sfollamenti forzati, fame e degenze in ospedale. La cena, a base di riso, pollo, manzo, hummus, tahina e tabbuleh è stata organizzata dall’associazione Nawel. Un momento di ritrovo durante il mese sacro di Ramadan rivolto a una decina di famiglie palestinesi giunte da Gaza attraverso le evacuazioni mediche.
Nella capitale ne sono arrivate circa 45: un centinaio di persone in tutto che dopo la prima accoglienza si sono scontrate con l’abbandono delle istituzioni, come raccontato già in diversi articoli di Domani. Nonostante le dichiarazioni pubbliche del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e della premier Giorgia Meloni, la realtà è molto diversa. A contribuire a rendere complicata l’accoglienza dei gazawi è la mancata attuazione di un piano speciale per loro, come invece è stato fatto per i rifugiati ucraini.
Le storie
Baha ha 40 anni e tanta voglia di darsi da fare. Per lui e la sua famiglia è un pomeriggio diverso dagli ultimi vissuti a Roma. Insieme a moglie e figlie è stato evacuato dalla Striscia tre mesi fa.
Una delle sue bambine deve affrontare una delicata operazione al cuore e a Gaza, dove il sistema sanitario è collassato da tempo era impossibile farlo. Baha racconta che in due anni sono stati sfollati circa dodici volte e hanno conosciuto la brutalità della guerra. «Due volte sono stato scaraventato in aria dall’onda d’urto dei raid aerei israeliani. La seconda volta è stata la peggiore. Sono stato colpito da alcune schegge dopo l’esplosione di un’auto». In quell’episodio è stato ferito alla schiena, alle braccia e alle gambe. Ma ora sta bene.
Baha lavorava come ingegnere It per una grande azienda di telecomunicazioni che a pochi giorni dall’inizio della guerra è stata distrutta dai bombardamenti. La moglie era un’insegnante e le figlie avevano un’esistenza normale nonostante le difficoltà. «La mia vita si è fermata il 6 ottobre 2023», racconta con rammarico. «Ogni giorno studio l’italiano da solo», dice con orgoglio. Il sistema di accoglienza italiano prevede soltanto due ore di studio a settimana, molto poco per chi vuole integrarsi il prima possibile.
«La mattina studio da solo e poi quando le mie figlie tornano da scuola lo faccio anche con loro», dice. «Ogni sera impariamo nuove parole. Sono diventate bravissime e a scuola si sono sorpresi. Mi impegno tanto perché voglio che a scuola non abbiano paura di niente».
Il suo obiettivo è tornare a lavorare il prima possibile. Un modo per tornare a una parvenza di normalità dopo due anni di guerra. «I nostri figli sono cresciuti più rapidamente degli altri per via di tutto quello che hanno subito. Chi ha dieci anni è come se ne avesse venti».
Dabka
A fine pasto Leila ha il viso stanco. Sorride vedendo il figlio Hani tra le braccia di uno dei volontari dell’associazione Nawel. Hani ha perso una gamba e ha subìto un’amputazione a Gaza. La sua storia è stata raccontata anche dal giornalista di Al Jazeera Anas al Sharif, ucciso deliberatamente in un raid aereo dall’esercito israeliano il 10 agosto del 2025.
«Il cibo era molto buono. Ricordava quello di Gaza», dicono mentre al tavolo passano frutta e un piattino con prugne secche e mandorle sciroppate.
Oggi la famiglia di Leila si trova in un centro di accoglienza di Roma Est in attesa che il figlio finisca le cure. «Non so cosa faremo in futuro. Voglio tornare nel mio paese», dice il padre di Hani.
Le altre figlie vanno a scuola e quella più grande inizia già a capire l’italiano. Si trovano a Roma da oltre sei mesi e per loro è iniziata una nuova quotidianità, grazie all’aiuto di una rete di volontari che li ha seguiti nelle pratiche burocratiche per ottenere la documentazione d’asilo e iscrivere le figlie a scuola.
Dopo i dolci, qualcuno decide di mettere la musica. Gli uomini in cerchio ballano, mentre i bambini corrono e urlano per la sala. C’è chi prende coraggio e prova a ballare la dabka, il ballo tradizionale palestinese, e chi si limita a battere le mani a tempo di musica.
Prima di riprendere i balli, Islam vuole fare un discorso a nome di tutte le famiglie palestinesi presenti. «Ringrazio tutti gli amici italiani per l’ospitalità e la bellezza di questa accoglienza», esordisce.
«Per noi sarà impossibile dimenticare questo giorno, ci siamo sentiti molto vicini ai nostri fratelli. Qui con voi siamo molto felici, ma vi assicuriamo che questa felicità non ci fa scordare il male che sta soffrendo il nostro popolo che è ancora a Gaza».
A fine serata i bambini sono esausti e alcuni genitori aiutano a ripulire la sala prima di tornare ognuno nei rispettivi centri di accoglienza.
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