Il legale dei genitori del nostro rappresentante in Congo ucciso nel 2021 durante una missione diplomatica – insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista Mustapha Milanbo – punta il dito contro l’impostazione dell’inchiesta della procura di Roma, la mancata acquisizione di atti e la verifica di testimonianze potenzialmente decisive
A febbraio 2024 c’è stato il “non luogo a procedere” per il primo filone di inchiesta a carico di Rocco Leone e Mansour Rwagaza, i due funzionari del Programma alimentare mondiale (Pam) incaricati dell’organizzazione della missione in cui hanno trovato la morte il 22 febbraio 2021 l’Ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo. A settembre 2026 è arrivata anche la richiesta di archiviazione del secondo filone della Procura di Roma, stavolta per terrorismo.
Due “nulla di fatto” che vanno ad aggiungersi alla condanna all’ergastolo dei sei presunti esecutori nel processo che si è celebrato alla procura militare di Kinshasa, considerato dalla quasi totalità degli osservatori una farsa.
Ma le famiglie delle vittime, a cinque anni e mezzo dalla tragedia, non si danno per vinte. Il legale dei genitori di Luca Attanasio, Rocco Curcio, ha presentato la domanda di opposizione all’archiviazione.
Avvocato Curcio, il primo filone ha accertato le responsabilità dei funzionari del Pam nella scellerata organizzazione del viaggio, la procura di Kinshasa ha condannato i presunti esecutori, il secondo filone si cristallizza sullo scopo estorsivo. Ma il movente?
Non c'è traccia del movente. Ma questo avviene perché ufficialmente questo secondo filone è stato aperto per omicidio e sequestro di persona a scopo eversivo, ma il metodo investigativo si è caratterizzato di una logica coerente all’accertamento di un omicidio. E qui si riscontra una prima importante lacuna, si tratta l’ambasciatore come se fosse un qualunque individuo mentre quando si indaga sull'uccisione di una persona la prima cosa è qualificarne il ruolo e cercare eventuali vulnerabilità. Se si dà per scontato che si sia trattato di un tentativo di rapina, cambia radicalmente il metodo e l’impianto di accusa. La richiesta di archiviazione del pubblico ministero Sergio Colaiocco valorizza la ricostruzione di un agguato a scopo estorsivo e ritiene che le ipotesi alternative prospettate dalla difesa non abbiano trovato riscontri sufficienti. Ma il problema che poniamo al giudice è anteriore: sono state effettivamente svolte tutte le indagini pertinenti e rilevanti per verificare quelle ipotesi?
Voi, per una valutazione complessiva, avete richiesto l’acquisizione di documenti istituzionali, informazioni diplomatiche e riscontri oggettivi sulle attività e sulle interlocuzioni dell’ambasciatore. Li avete ottenuti?
Luca era in missione funzionale, aveva comunicato la missione ai ministeri degli esteri italiano e congolese e aveva un'ufficialità conclamata. È inevitabile, quindi, assumere come presupposto del metodo investigativo l’indagine su quali interessi l'ambasciatore, quindi l’Italia, stesse rappresentando, entro quali schemi di alleanze tra stati si stesse muovendo. Per fare questo ho chiesto una serie di acquisizioni documentali affinché la Procura a sua volta le chiedesse agli Esteri e alla presidenza del Consiglio. Sono elementi essenziali a nostro avviso per capire chi potesse avere avuto un interesse a uccidere l'ambasciatore italiano. Ma la Procura non li ha mai chiesti.
Nella condanna all’ergastolo dei sei presunti esecutori da parte dalla procura militare di Kinshasa, che ruolo hanno giocato i nostri inquirenti?
Da quello che è emerso dagli atti d'indagine oggetto della richiesta di archiviazione risulta che l'ambasciata congolese, nel momento in cui sono stati arrestati i presunti esecutori e condotti nella prigione di Kinshasa, abbia comunicato formalmente all'autorità giudiziaria italiana che erano a disposizione dei nostri inquirenti per essere interrogati. Non risulta, però, che ciò sia mai avvenuto.
Risultano poi incongruenze sostanziali tra le perizie balistiche, può parlarcene?
Sulla base delle ricostruzioni balistiche del nostro perito possiamo affermare con certezza che il metodo seguito dai Ris non risponde a quello indicato dalla letteratura scientifica. C’è quindi una valutazione a nostro avviso errata che si discosta dalla nostra: il Ris sostiene che i due prima di essere uccisi fossero a terra mentre il nostro perito dice che verosimilmente le vittime erano in piedi, lo si comprende, tra le altre cose, dal foro di entrata e quello di uscita. Se quindi Attanasio e Iacovacci erano in piedi, e ben visibili, l’uccisione risulta deliberata e si discosterebbe da un non premeditato fuoco incrociato scatenato in risposta all’intervento dei rangers in zona. Da questo dato noi ricaviamo che l'elemento psicologico sia quello della volontarietà dell'uccisione piuttosto che dell'errore. Ma le nostre perizie non sono state prese in considerazione, nemmeno registrate.
Voi, inoltre, chiedevate che fossero acquisiti e verificati alcuni testi chiave.
La difesa ha indicato dichiarazioni e materiali riconducibili al colonnello Katandula (capo degli inquirenti della polizia giudiziaria di Goma, primo incaricato nelle indagini immediatamente dopo l'agguato e poi subito rimosso, ndr) e alle fonti Astrid e Leopold (nome in codice di testimoni chiave, ndr) chiedendo che fossero acquisiti e verificati. L’ attendibilità, in particolare di Katandula, risulta più che positiva così come la coerenza delle sue ricostruzioni.
In ogni caso, se si avevano dubbi, si doveva perlomeno ascoltare queste fonti, verificarne attendibilità e veridicità. Ma inspiegabilmente, sulla base della posizione di Saro Castellana (cancelliere contabile dell’ambasciata, ndr) sono state considerate fonti inattendibili. Le testimonianze da noi raccolte in Congo vanno in qualche modo a riscontrare il narrato di Katandula: c’è stato un coinvolgimento di soggetti dell’M23 (le milizie filo-rwandesi attualmente in controllo di buona parte del Kivu del nord e del sud, ndr). Al di là di incongruenze e lacune, in ogni caso, credo che un'indagine seria debba basarsi sull'attività non solo della magistratura ma anche della politica e della diplomazia. Se una di queste tre componenti viene a mancare, l'indagine fallisce.
© Riproduzione riservata