Il processo a Kinshasa contro gli esecutori materiali dell’attacco si è concluso con le condanne all’ergastolo. Quello italiano si è concluso con un «non luogo a procedere» contro i due membri del Pam. Troppi i dubbi e le incongruenze, intanto emergono nuove piste
Si sono conclusi due processi (uno della procura di Roma, uno della procura militare di Kinshasa), è stata proposta una commissione parlamentare di inchiesta il cui iter, data la totale indifferenza della maggioranza, sembra una mission impossible, e un secondo filone è ancora aperto a Roma.
Ma a cinque anni da quel tragico 22 febbraio 2021 in cui Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Moustapha Milambo, persero la vita a qualche decina di chilometri da Goma, Repubblica Democratica del Congo, verità e giustizia sembrano allontanarsi all’orizzonte.
Nessuno si aspettava che si arrivasse in breve tempo ad assicurare alla giustizia mandanti ed esecutori di un gravissimo attentato compiuto in una delle zone più complicate del pianeta in piena terra di nessuno dove a farla da padrone sono circa 150 gruppi armati.
Ma ad analizzare il caso a cinque anni di distanza si ha più la sensazione di assenza piuttosto che di impegno delle nostre istituzioni. Che, per citare forse l’aspetto più inquietante, hanno scelto di non costituirsi parte civile nel processo contro l’italiano Rocco Leone e il congolese Mansour Rwagaza, rispettivamente direttore ad interim e responsabile della sicurezza del Pam Congo, accusati dalla procura di Roma di pesantissime inadempienze nella preparazione del viaggio.
Non a caso, il procedimento contro i due funzionari che hanno invocato – e ottenuto - l’immunità diplomatica, si è concluso con un «non luogo a procedere».
Resterà per sempre oscuro, quindi, il motivo alla base di un atteggiamento irresponsabile poi risultato fatale: la falsificazione degli elenchi (Attanasio e Iacovacci non comparivano), la mancata richiesta di scorta armata, l’utilizzo di normali veicoli non blindati, sono “disattenzioni” o c’è un piano criminale dietro?
Ergastoli
Il processo celebrato nel tribunale militare di Kinshasa ai cinque presunti esecutori dell’agguato, invece, risulta ancora più vicino al nulla di fatto. In questo caso, il procedimento che ha condotto alla condanna all’ergastolo dei cinque è costellato di incongruenze, irritualità, atti illeciti e accuse di confessioni estorte con violenza. In tantissimi, congolesi e non, sostengono che si sia trattato di una farsa per produrre capri espiatori e chiudere la pratica.
In entrambi i procedimenti, in ogni caso, i buchi neri sono molti. Grazie alle interviste e al lavoro di inchiesta di Domani, ad esempio, è stato possibile accendere un riflettore attorno ai giorni immediatamente precedenti all’attentato.
Il 20 febbraio, due giorni prima della morte, Attanasio si reca a Bukavu, nel Kivu del Sud per verificare lo stato di un progetto di mensa scolastica finanziato da enti di cooperazione italiani (non si è mai capito quali) e appaltato al Pam.
I giorni precedenti
L’ambasciatore, pronto a tagliare il nastro, scopre in realtà che il progetto non è mai partito e i fondi spariti. La sera successiva, a cena a Goma, rivela a Dario Tedesco, noto vulcanologo e suo amico, di sentirsi profondamente tradito da Leone (che avrebbe dovuto gestire i fondi a nome del Pam) e si prepara ad effettuare una visita a Rutshuru – quella fatale - per ispezionare la seconda parte del progetto di mense, con la quasi certezza di scoprire nuove distrazioni di fondi.
Sempre a cena, apprende che la missione non avrebbe avuto scorta. Nessuno può dire con certezza che dietro all’uccisione di Attanasio ci sia stato un complotto. Certo è che mettendo in fila i vari elementi, emerge più di un sospetto e si fanno largo domande inquietanti. Tra queste: perché nessuno ha provato a scavare sulle ore precedenti al viaggio?
C’è poi la questione della manipolazione dell’agenda digitale dell’ambasciatore su cui ha insistito Avvenire. «Cinque giorni dopo l’agguato – scrive Marco Birolini - una mano misteriosa entrò nell’agenda dello smartphone di Attanasio e cancellò l’ultimo appuntamento di quella tragica giornata».
L’ultima ipotesi
In mezzo a tutta questa confusione, proprio a ridosso del quinto anniversario del drammatico agguato, i legali della famiglia di origine dell’ambasciatore, hanno diffuso una nota ripresa da Adnkronos secondo cui «l’imboscata sarebbe stata realizzata dall’M23 (la famigerata milizia filo-rwandese che ha occupato dal gennaio 2025 tutto il Kivu del Nord e buona parte del sud, ndr.), probabilmente infiltrato da un agente dell’intelligence russa e rwandese».
L’Ambasciatore sarebbe stato un obiettivo designato quale «casus belli ideale per giustificare un’invasione». Un’ipotesi tutta da verificare. Il modus operandi dell’M23, innanzitutto, ha fin qui dimostrato che la milizia non cerca pretesti per occupare: invade e basta.
Resterebbe poi da chiarire perché sarebbe stato scelto proprio Luca Attanasio per creare il presunto casus belli.
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