Il patto tra i governi italiano e belga, la rete di trafficanti e il ruolo delle società carbonifere. Quella di Marcinelle non fu un evento imprevedibile, ma una strage annunciata. Che interpella anche noi contemporanei, parla alla coscienza di chi è turbato dalle vicende delle migrazioni odierne
L’8 agosto 1956, settant’anni fa, nella miniera di Bois du Cazier di Marcinelle, distretto di Charleroi in Belgio, una delle più terribili tragedie del lavoro italiano in terra straniera scosse le coscienze in Italia e in Europa. Morirono 262 minatori di 12 nazionalità diverse. 136 erano italiani, e quelle morti lasciarono a casa 417 orfani di cui 224 italiani. A provocare la strage fu un incendio. Probabilmente una scintilla nata da un vagoncino di carbone che urtò incidentalmente una trave d’acciaio; l’incendio divampò a -975 m. Uno dei superstiti disse: siamo scesi all’inferno. Un’espressione drammatica che dava l’idea di quanto era accaduto. La tragedia aprì uno squarcio potente sull’emigrazione italiana e sulle caratteristiche dello sfruttamento dell’epoca da parte delle compagnie carbonifere belghe.
Molti italiani erano andati a lavorare nelle miniere belghe perché indotti da un’abile campagna propagandistica che prospettava quella scelta come quella più opportuna e utile da fare. I bar e i muri delle piazze dei piccoli comuni del Nord e del Sud erano inondati da manifesti rosa che invogliavano a far la valigia al più presto e partire per le miniere belghe.
C’era stato un accordo tra il governo italiano e quello belga siglato il 23 giugno 1946 con il quale l’Italia s’impegnava a trasferire circa 2.000 lavoratori a settimana per un totale di 50.000 negli anni a venire. In cambio, l’Italia avrebbe potuto acquistare il carbone belga a prezzi più che convenienti. Uomini in cambio di carbone. Uno scambio non proprio tra eguali. Un italiano frutta al Belgio 390.000 lire al mese scriveva “Epoca” il 29 settembre 1951. Entrambi gli stati avevano bisogno di qualcosa: i belgi di braccia vigorose per produrre carbone, l’Italia di energia a basso prezzo. Una migrazione assistita, dunque, che sulla carta prevedeva una collocazione abitativa per i minatori e le loro famiglie, figli compresi.
Ma non si trattò solo di questo. Ben altri soggetti agirono in quel periodo per accaparrarsi quei disgraziati da far scendere nelle viscere più profonde delle miniere. Agì una rete di trafficanti, individui spregevoli e senza scrupoli che s’aggiravano come falchi predatori per portarli in Belgio senza seguire le regole. Poi c’erano le società carbonifere che, al di là degli accordi stabiliti tra i due governi, agirono con i loro emissari per realizzare un reclutamento a chiamata diretta contattando ogni singolo lavoratore. Si muovevano con un’idea molto precisa in testa: preferivano manodopera settentrionale poiché erano convinti della scarsa qualità della manodopera proveniente dal meridione.
Era, con tutta evidenza, una discriminazione e una forma di razzismo nei confronti dei meridionali che venivano stigmatizzati con l’epiteto di macaronì, in segno di disprezzo. Era un evidente pregiudizio perché proprio in quel torno di tempo i meridionali si stavano trasferendo in massa al Nord Italia per lavorare in fabbrica e nell’edilizia. Era l’epoca del boom economico che non si sarebbe potuto realizzare così prepotentemente senza le braccia, la dura fatica e la mente dei meridionali che hanno contribuito alla ricchezza del Nord.
I ricatti di ieri e di oggi
Settentrionali e meridionali erano accomunati in Belgio dalle medesime condizioni di vita: baracche piccole, prive di acqua, elettricità e bagni; questi ultimi erano tutti rigorosamente collettivi e all’aperto, sicché quando pioveva, e in Belgio la pioggia non era evento raro, si doveva essere muniti di ombrelli per non inzupparsi con la pioggia. Ciò dava l’idea dello sfruttamento padronale e delle difficoltà, per non dire crisi, dell’industria carbonifera belga. Tra le tante ragioni di questa crisi c’era la scelta economica e politica di non introdurre innovazioni negli impianti, ma di utilizzare la manodopera a basso costo che assicurava introiti notevoli e che aveva un altro scopo, quello di essere un deterrente per tenere a bada i salari degli operai e le rivendicazioni sociali, con il classico, solito ricatto rivolto agli operai: che non avessero la pretesa di chiedere aumenti salariali perché c’erano altri pronti a sostituirli per il salario che loro stavano rifiutando.
Quella di Marcinelle non era un evento imprevedibile, ma una strage annunciata. Da tempo, un rosario di morti aveva caratterizzato l’industria mineraria belga che nulla aveva fatto per porvi rimedio. Dopo Marcinelle “l’Unità” diede i numeri delle morti che avevano preceduto quelle di quei giorni; a partire dal 1947, negli ultimi nove anni, erano morti 1.164 minatori, di cui 435 erano italiani. Ma le strutture delle miniere erano rimaste quelle di un secolo prima, incapace di evitare o almeno di limitare i morti. Solo dopo la tragedia di Marcinelle vennero introdotte delle garanzie sul lavoro per gli operai che lavoravano sottoterra. La vicenda non si chiuse quel terribile giorno perché si dovette procedere al riconoscimento dei cadaveri; e non tutti i morti hanno ancora un nome. Infine i processi conclusi con pene ridicole al direttore dei lavori e con risarcimenti ancora più ridicoli per quelle vite orrendamente spente in quell’inferno sottoterra.
Quella lontana vicenda interpella anche noi contemporanei, parla alla coscienza di chi è turbato dalle vicende delle migrazioni odierne, dalle condizioni di vita e di sfruttamento dei migranti perché l’emigrazione è ancora oggi un problema vivo, lacerante, che parla di uomini in fuga dalle guerre, dalle invivibili condizioni climatiche, in cerca di lavoro e di un futuro migliore.
© Riproduzione riservata