La pace in Ucraina e a Gaza, chi non la vuole perché vuole imporre la sua forza «è ripugnante». Dal presidente nessun riferimento alla politica interna, sceglie di onorare l’ottantesimo del referendum del 2 giugno, che cadrà nel 2026. E’ l’occasione di ripercorre la storia della Repubblica e della nostra coesione sociale. «Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia». L’appello ai giovani: «Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna»
Un anno, quello che si chiude, «non facile». Un’«aspettativa rivolta alla pace», «di fronte alle case, alle abitazioni devastate dai bombardamenti delle città ucraine», ai bambini e agli anziani «al freddo del gelido inverno», alle «devastazioni di Gaza, dove i neonati muoiono assiderati». E una parola forte, anzi fortissima, rivolta a chi non la vuole «perché si sente più forte»: è «ripugnante», dice. Sono pochi ed essenziali, i passaggi del discorso di fine anno del presidente Sergio Mattarella sulla politica estera. Perché questo ultimo dell’anno, di soli 15 minuti, è come l’ultimo capitolo degli altri importanti discorsi pronunciati negli scorsi giorni in cui ha affrontato i temi che gli stanno a cuore: quello pronunciato allo scambio di auguri con le alte cariche e le istituzioni, quello davanti agli Ambasciatori d’Italia, davanti al Corpo diplomatico e ai militari in missione. In cui ha parlato dell’«aberrante intendimento» (russo) di riscrivere i confini dell’Europa con la forza, del ritorno della dottrina Monroe negli Usa, dei nemici delle istituzioni internazionali.
Alla fine del 2025 il presidente si rivolge alla famiglie e ai giovani. E soprattutto parla della ricorrenza che segnerà l’anno che inizia: l’80esimo anniversario del referendum con cui gli italiani e le italiane hanno scelto fra monarchia e Repubblica, il 2 giugno 1946.
Sta qui il cuore del messaggio del Colle. Dopo i giorni in cui il Quirinale ha “consigliato” il governo su come non commettere passi falsi sulla manovra, e sulla data del referendum – che Giorgia Meloni voleva anticipare il più possibile – stavolta, forse proprio per questo, dal messaggio sono stati espunti tutti i riferimenti alla politica interna. Il presidente vola alto. «Nessuno ostacolo è più forte della nostra democrazia», dice. A patto che tutti, soprattutto le giovani generazioni, siano «responsabili come la generazione che costruì l’Italia moderna».
Il guaio è, ma questo lo aggiungiamo noi, che il partito della destra al governo pochi giorni fa ha celebrato gli ottant’anni dalla nascita del Msi, il partito nato dal neofascismo e che alla Repubblica non solo era contrario, ma per decenni non si è rassegnato. Ed è un passato che non passa, per questa formazione politica, finché questi anniversari non saranno l’occasione per una parola chiara e definitiva sulla parte della storia in cui i missini e gli ex missini sono a lungo rimasti schierati.
Non sarà un caso, ma anche questa è una nostra interpretazione, che il presidente insiste in tre passaggi sulla «coesione sociale». Un valore che ha fatto grande la Repubblica. Un valore da difendere, dal parlamento – l’esempio sono i costituenti – al paese. Avviso a chi punta a dividere i cittadini.
Un manifesto e la Costituzione
Parla dallo Studio alla Vetrata, in piedi davanti alla sua scrivania. È il luogo più ufficiale del Quirinale, quello delle visite di Stato. Il drone che dall’ingresso del palazzo accompagna lo spettatore fino a lì vola davanti al presepe donato dalla Reggia di Caserta e al tradizionale albero di Natale. Ma l’inquadratura scelta è sobria: niente simboli della festa, giusto una stella di Natale. Ci sono però, i simboli della Repubblica. Alla sua sinistra il manifesto “iconico” del 2 giugno 1946, la prima del Corriere della Sera con il volto di una donna sorridente, il titolo «È nata la Repubblica italiana». Alla sua destra una Costituzione. Tutto il discorso infatti è la celebrazione l’attualizzazione di questo anniversario, e di quello che lo spirito di quegli anni deve – dovrebbe – trasmettere ai nostri tempi.
La pace è un modo di vivere
La pace, dunque, «Diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte». Ma la pace, dice il presidente, è anche «un modo di pensare», quello «di vivere insieme agli altri rispettandoli, senza pretendere di imporre la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio». Inizia dalla vita quotidiana e arriva fino all’ambito internazionale. Il presidente rende omaggio a papa Leone XIV e fa suo il richiamo «alla necessità di disarmare le parole», «se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche di cui non conta il fondamento, ma soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace».
L’album della Repubblica
Il presidente sfoglia un immaginario album della storia della Repubblica. Prima foto, il voto alle donne, «segno dell’unità di popolo» che «diede alla Repubblica un carattere democratico indelebile, avviando un percorso ancora in atto verso la piena parità». Le donne entrarono nella Costituente, eletta contestualmente al referendum. Ventuno su 556 deputati, dunque poche ma combattive. Lo spirito era tale che «di mattina i costituenti discutevano e si contrapponevano nelle misure concrete di governo. Nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli della nostra carta costituzionale». Qui arriva la sentenza del presidente: «La Repubblica è uno spartiacque nella nostra storia: Non uno Stato che sovrasta i cittadini ma uno Stato che riconosce i diritti inviolabili, la libertà delle persone, le autonomie delle comunità».
Le altre foto dell’album: i Trattati di Roma del 1957, «con l’Italia in prima linea nella costruzione della nuova Europa», la ricostruzione, il piano Marshall. «L’Unione europea e l’alleanza atlantica hanno coerentemente rappresentato e costituiscono le coordinate della nostra azione internazionale». La stagione delle riforme, il piano casa «il cui ricordo richiama le difficoltà delle giovani coppie a trovare casa oggi nelle nostre città». Il miracolo economico, lo Statuto dei lavoratori, e qui il presidente parla «dell’irrinunziabile sicurezza sul lavoro» e di «equità delle retribuzioni», del sistema sanitario nazionale e del sistema previdenziale, tutte conquiste «da preservare di fronte ai cambiamenti di ogni tempo».
Altre immagini, stavolta drammatiche, quelle delle stragi e del terrorismo, «la notte della Repubblica», «ma l’Italia prevale». E ancora cita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, «il loro esempio continua ad ispirare, non solo in Italia, le nuove generazioni e tutti coloro che non si rassegnano alla prepotenza della criminalità».
C’è una foto anche per «il contributo della cultura, dell’arte, del cinema, della letteratura, della musica» e per «il ruolo del servizio pubblico affidato alla Rai, a garanzia del pluralismo, presupposto essenziale di un largo coinvolgimento popolare attorno alle istituzioni della Repubblica». Per i nostri militari, che «hanno dato e danno alla costruzione della sicurezza e della pace. Anche qui un cammino con alti prezzi, a partire dal sacrificio dei nostri aviatori in missione umanitaria a Kindu, in Congo, nel 1961».
Orgoglio senza nazionalismo
«L’Italia della Repubblica è una storia di successo nel mondo. Possiamo e dobbiamo esserne orgogliosi», dice Mattarella, «ognuno ha messo la sua tessera in quel mosaico». I valori della Costituzione, che hanno fatto grande la Repubblica «vanno vissuti, testimoniati ogni giorno: è questo che li ha fatti diventare realtà nelle scelte quotidiane di ognuno di noi». Il presidente insiste tre volte sul concetto della «coesione sociale nella libertà e democrazia, ci ha consentito di fare dell’Italia il grande Paese che è oggi. Le legittime dialettiche tra le varie posizioni hanno contribuito a concrete realizzazioni che hanno cambiato in meglio la vita delle persone. Diritti e doveri sono diventati progressivamente fatti e non sono rimasti astratte affermazioni.
Dunque «riflettere su ciò che insieme abbiamo conquistato è la premessa per poter guardare al futuro con fiducia e con rinnovato impegno comune. La consapevolezza di questa storia può conferirci forza per affrontare con serenità le sfide e le insidie del nostro tempo».
Vecchie e nuove povertà
Il presidente però non sorvola sul lato oscuro di questa storia: «Vecchie e nuove povertà - che ci sono e vanno contrastate con urgenza - diseguaglianze, ingiustizie, comportamenti che feriscono il bene collettivo come corruzione, infedeltà fiscale, reati ambientali: crepe che rischiano di compromettere proprio quella coesione sociale che consideriamo un bene prezioso di cui disponiamo». «Un bene che, tuttavia, non è mai acquisito definitivamente. Un bene per cui siamo chiamati a impegnarci, ognuno secondo il suo livello di responsabilità, senza che nessuno possa sentirsi esentato. Perché la Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi». I problemi sono oggi «accresciuti dall’incertezza del contesto internazionale che attraversiamo. Entriamo, inoltre, oggi, in un tempo in cui tutto diventa globale e interdipendente, dall’economia, all’ambiente, al clima, alle rivoluzioni tecnologiche che investono le nostre vite, ai rischi delle pandemie, alle reti del terrorismo integralista. Ma nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia».
L’appello ai giovani
Nel finale, prima degli auguri, si rivolge ai più giovani: «Qualcuno - che vi giudica senza conoscervi davvero - vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna»
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